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18 Gennaio 2026
La violenza come sistema. La crisi del limite
18 Gennaio 2026(Dopo aver letto alcune considerazioni sui quotidiani senesi di oggi)
Questo episodio non può essere letto come una bravata, né come un errore isolato da correggere con una lezione in più o con una circolare ben scritta. Quelle scritte non sono solo parole sbagliate: sono il segno di un linguaggio che circola liberamente, che viene ascoltato, ripetuto, normalizzato. Non nasce nei bagni di una scuola, ma arriva lì dopo aver attraversato famiglie, televisione, social, politica, conversazioni quotidiane.
Ridurre tutto a un problema educativo, o peggio a un problema “dei ragazzi”, rischia di spostare l’attenzione dal punto centrale. Quei ragazzi non inventano nulla: riproducono un’idea di potere, di competizione e di dominio che vedono praticata ogni giorno. La violenza sessuale trasformata in scherzo non è una deviazione, è una forma di linguaggio che in molti contesti continua a essere tollerata, quando non apertamente incoraggiata.
C’è poi un altro rischio, più sottile: pensare che esistano adulti “sani” chiamati a correggere giovani “devianti”. In realtà nessuno è fuori dal problema. Scuola, istituzioni, media, lavoro, sport condividono lo stesso spazio culturale. Se quel linguaggio circola, è perché trova ascolto, silenzi compiacenti, giustificazioni. Non basta intervenire sui singoli episodi se il contesto resta invariato.
Anche l’idea di una risposta tutta organizzativa – protocolli, reti, coordinamenti – è necessaria ma non sufficiente. Senza un cambiamento reale del modo in cui si parla dei corpi, del desiderio, del consenso e del potere, il rischio è di limitarsi a gestire le emergenze. Si interviene dopo, quando il danno è già visibile, ma non si lavora su ciò che lo rende possibile.
Dire che “devono essere soprattutto gli uomini a fare questo lavoro” è giusto, ma va precisato. Non si tratta solo di assumersi una responsabilità morale, bensì di mettere in discussione un modello di maschilità basato su forza, conquista, umiliazione dell’altro. Quel modello non danneggia solo le donne: produce relazioni povere, identità fragili, bisogno continuo di dimostrazione.
Se non si riconosce che queste scritte parlano di noi – del linguaggio che usiamo, delle battute che tolleriamo, delle figure pubbliche che giustifichiamo – allora ogni intervento resterà parziale. Il problema non è solo cosa è successo in una scuola, ma che tipo di mondo stiamo rendendo normale.





