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C’è un filo rosso che lega proteste lontane migliaia di chilometri e che dice molto meno dei manifestanti di quanto dica del potere che le osserva. Da una parte le piazze iraniane, attraversate da settimane di scioperi e rivolte contro un’inflazione fuori controllo e un sistema politico chiuso; dall’altra le strade di una grande città americana, percorse da cortei contro il razzismo e la violenza istituzionale. In mezzo, uno sguardo presidenziale che seleziona con cura dove vedere eroismo e dove, invece, individuare solo disordine.
In Iran la protesta ha assunto dimensioni drammatiche. Il regime ha reagito spegnendo Internet, come spesso accade quando il controllo dell’informazione diventa l’ultima linea di difesa. Eppure, frammenti di realtà sono riusciti a filtrare all’esterno: immagini di famiglie davanti agli obitori che cercano i propri cari, ospedali presi d’assalto dalle forze di sicurezza per catturare i feriti, medici che raccontano di reparti saturi e di corpi colpiti in modo deliberato. Le autorità parlano di migliaia di morti; osservatori indipendenti temono che il bilancio reale sia ancora più alto. In alcune capitali europee si è arrivati a ipotizzare che il regime sia vicino al collasso, come ha affermato il cancelliere tedesco Friedrich Merz, attribuendo il possibile esito non a pressioni esterne ma al coraggio quotidiano di centinaia di migliaia di cittadini.
Queste immagini e queste parole hanno trovato un’eco entusiasta nelle dichiarazioni dell’ex presidente statunitense Donald Trump, che ha descritto i manifestanti iraniani come simbolo universale di libertà e autodeterminazione. Il linguaggio è quello classico dei diritti umani, dell’opposizione morale tra popolo e tirannia, della speranza di un cambiamento imminente. È una narrazione potente, ma anche estremamente selettiva.
Perché, quando lo sguardo si sposta da Tehran a Minneapolis, lo schema si rovescia. Le proteste contro la violenza della polizia, nate da episodi documentati e da una lunga storia di discriminazioni, non vengono lette come espressione di diritti negati, ma come minaccia all’ordine. Gli stessi principi invocati altrove – dignità, giustizia, libertà dall’oppressione – scompaiono, sostituiti da richiami alla forza, alla repressione, alla necessità di “ristabilire la legge”.
Non si tratta di una semplice incoerenza retorica. È una scelta politica precisa, che usa il vocabolario dei valori universali solo quando serve a colpire un avversario geopolitico o a rafforzare una propria narrazione di potenza. I diritti non sono negati in astratto, ma applicati a geometria variabile: validi quando indeboliscono un nemico esterno, fastidiosi quando mettono in discussione equilibri interni, rapporti di potere, o responsabilità storiche.
Così, le proteste iraniane diventano un palcoscenico su cui proiettare un’idea di libertà che non comporta costi politici diretti, mentre quelle americane vengono ridotte a problema di ordine pubblico. In questo scarto si misura non solo una doppia morale, ma anche la fragilità di un discorso sui diritti umani svuotato della sua pretesa universalità.
Se davvero quei principi hanno un senso, lo hanno ovunque o non lo hanno affatto. Altrimenti restano strumenti opportunistici, utili a legittimare alleanze e conflitti, ma incapaci di reggere quando il conflitto attraversa la propria casa.



