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Le parole pronunciate da Donald Trump al World Economic Forum hanno attraversato l’Atlantico con un’eco inquietante. Il presidente statunitense ha escluso l’uso della forza per acquisire la Groenlandia, ma ha al tempo stesso rimesso in discussione il valore dell’alleanza NATO, lasciando intendere che tutto, nel suo orizzonte politico, resta negoziabile. Un messaggio che rassicura solo in apparenza.
Da Nuuk a Sermersooq, il sollievo si mescola alla preoccupazione. Avaaraq S. Olsen, sindaca del principale comune groenlandese, ha seguito il discorso in televisione e ne è uscita con sentimenti contrastanti: meno allarme immediato, ma la consapevolezza che la Groenlandia è ormai entrata stabilmente nel radar strategico americano. Non è solo una questione simbolica. Berlino, attraverso la stampa tedesca, parla apertamente di un possibile trasferimento delle basi militari agli Stati Uniti, secondo un modello simile a quello britannico di Cipro. Una prospettiva che trasformerebbe l’isola in un nodo avanzato della proiezione militare occidentale nell’Artico.
Negli Stati Uniti il dibattito assume toni sempre più critici. Sul New York Times, Bret Stephens descrive Trump come un presidente “squilibrato sulla Montagna Magica”, incapace di distinguere tra provocazione tattica e destabilizzazione sistemica. La formula TACO – Trump Always Chickens Out – rilanciata dalla CNN, sottolinea un tratto ormai ricorrente: lanciare minacce, alzare la posta, salvo poi arretrare lasciando alleati e avversari in uno stato di permanente incertezza. È qui che la domanda diventa politica e non solo psicologica: chi può davvero salvare la NATO da un alleato che ne mette in discussione le fondamenta?
Il quadro globale non aiuta. In Medio Oriente, Israele ha rinviato – dopo una petizione – la demolizione di un campo da calcio per bambini nel campo profughi di Aida, a Betlemme, come riportato dalla BBC. Un gesto minimo, che non cambia la sostanza di una Cisgiordania sotto pressione. A Gaza, secondo il Times of Israel, Turchia e Qatar stanno colmando il vuoto lasciato dal rifiuto israeliano di coinvolgere l’Autorità Palestinese, con Arabia Saudita ed Emirati pronti a entrare in gioco. Trump, dal canto suo, spera che non siano necessarie “ulteriori azioni” contro l’Iran: una formula ambigua, che vale come avvertimento più che come garanzia.
Anche in Asia orientale il clima è quello di una normalizzazione del rischio. In Giappone, la TEPCO ha ripreso le operazioni alla centrale nucleare di Niigata, come riferisce l’Asahi Shimbun, segnalando quanto la sicurezza energetica resti un equilibrio fragile tra necessità economiche e timori ambientali.
Tutto si tiene. Groenlandia, NATO, Medio Oriente, nucleare: il filo rosso è l’erosione delle certezze su cui si è retto l’ordine internazionale degli ultimi decenni. Trump non ne è l’unica causa, ma ne è il catalizzatore più visibile. E mentre i leader locali, come in Groenlandia, cercano di leggere tra le righe per capire cosa li attende, l’Occidente scopre di non avere più una “Montagna Magica” su cui rifugiarsi: solo una realtà geopolitica instabile, in cui anche le rassicurazioni suonano come avvertimenti.




