
Un’intervista che non interroga
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Salluce e Piccini: il dialogo a distanza tra linguaggio e visione politica
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Pierluigi Piccini
C’è un passaggio dell’intervista che riguarda Siena e che merita di essere riletto con calma. A due anni dal voto del 2028, la questione viene liquidata con una formula semplice, quasi automatica: “squadra che vince non si cambia”. La ricandidatura di Nicoletta Fabio viene data per acquisita, senza esitazioni, come se il tempo che separa la città dal prossimo appuntamento elettorale fosse già privo di contenuto politico.
È una scelta che dice molto del modo in cui viene concepito il tempo. Due anni non sono un dettaglio amministrativo. Sono uno spazio lungo, attraversabile, in cui una città può discutere, interrogarsi, misurare ciò che è stato fatto e ciò che resta aperto. Dichiarare oggi che il quadro è già definito significa, di fatto, trasformare quel tempo in una fase di attesa, più che in un tempo di confronto.
Eppure Siena non è una città immobile. Porta ancora i segni di crisi profonde, non del tutto metabolizzate. Il rapporto con l’università, il lavoro, il turismo, il governo del territorio restano questioni sensibili, che chiederebbero ascolto, apertura, capacità di leggere ciò che cambia. Non tanto decisioni immediate, quanto uno spazio pubblico in cui le domande possano circolare.
Anticipare così nettamente il giudizio sul 2028 restituisce l’idea di una politica che preferisce la sicurezza dell’assetto alla fatica del processo. Non è tanto una questione di nomi, quanto di metodo. Quando l’equilibrio viene fissato in anticipo, il confronto tende a ridursi e il consenso rischia di diventare un dato amministrato, più che una relazione viva.
È una concezione della politica che affonda le radici in modelli solidi, per certi versi rassicuranti, costruiti quando i partiti erano strutture chiuse, autosufficienti, capaci di definire identità e percorsi senza doversi misurare troppo con l’esterno. Modelli che non esistono più, e i cui eredi, ancora oggi, sembrano in cerca di una forma e di un linguaggio adeguati al tempo presente, mentre la società intorno ha cambiato ritmi, aspettative e domande.
Il rischio, allora, non è l’instabilità. È l’inerzia. Ed è un rischio che Siena conosce già. Una città che ha pagato a lungo il prezzo di decisioni rinviate e dibattiti compressi difficilmente può permettersi di ridurre anche il tempo che resta a una semplice parentesi senza politica.





