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La rinnovata intesa tra Roma e Berlino viene presentata come un rilancio dell’asse europeo, ma nei fatti appare come un adattamento alla linea politica e strategica di Donald Trump. Al centro c’è un “pragmatismo” che sostituisce il conflitto con l’allineamento: controllo dei flussi migratori, difesa rigida dei confini esterni dell’Ue, critica frontale alle politiche green considerate ideologiche e penalizzanti per l’industria europea. In questo quadro, le posizioni di Giorgia Meloni e del nuovo vertice tedesco convergono verso una lettura della competitività e della sicurezza sempre più vicina a quella statunitense.
Il passaggio decisivo è la “lezione dell’Artico”: l’accordo di fatto tra Donald Trump e la Nato sulla Groenlandia mostra come le logiche di potenza e di mercato possano scavalcare sovranità nazionali, diritto internazionale e istituzioni multilaterali. La Nato assume un ruolo politico diretto, sostituendosi all’Unione europea così come il progetto trumpiano di un “board of peace” rischia di svuotare l’Onu. La reazione europea è debole e frammentata, con l’eccezione di una Danimarca apertamente diffidente.
Sul piano globale, questa rotta rafforza il nazionalismo, il riarmo e la subordinazione economica e militare all’asse atlantico a guida Usa, mentre vengono marginalizzati welfare, transizione ecologica e autonomia strategica europea. L’Europa, anziché proporsi come soggetto politico autonomo, sembra accettare un ruolo subalterno in un ordine internazionale fondato sulla forza e sul mercato. In questo scenario, l’asse Roma-Berlino non inaugura una nuova politica europea, ma certifica l’adattamento di una parte dell’Europa alla visione trumpiana del mondo.




