Nell’Aula Paolo VI ogni mercoledì Robert Francis Prevost incentra l’udienza generale su un documento conciliare, poi sale in ufficio e del Concilio Vaticano II applica il metodo: partire da ciò che unisce piuttosto che da ciò che divide. Per contribuire a una «pace disarmata e disarmante» il Papa figlio spirituale di Sant’Agostino coglie spiragli di dialogo spendendosi sullo scacchiere nei negoziati e mettendo a disposizione la Santa Sede come piattaforma “no war” per trattative affinché «i nemici si incontrino e si guardino negli occhi».

 

Vale per le guerre dimenticate nel sud del mondo come per la complessa interlocuzione con il connazionale Donald Trump che lo ha invitato a far parte del suo “board of peace”. Ieri all’Osservatorio for independent thinking il cardinale Pietro Parolin ha approcciato diplomaticamente l’iniziativa della Casa Bianca: «Stiamo valutando cosa fare, servirà tempo per una risposta». Poche ore prima tre influenti porporati Usa (Blaise Cupich di Chicago, Robert McElroy di Washington, Joseph William Tobin di Newark) avevano apertamente criticato la politica estera americana dopo il blitz militare in Venezuela e le minacce alla Groenlandia. Una denuncia netta: «Il ruolo morale degli Stati Uniti nell’affrontare il male nel mondo e nel costruire una pace giusta è ridotto a categorie partigiane che incoraggiano la polarizzazione e le politiche distruttive». Una pace «giusta, sostenibile, duratura» richiede il rispetto della libertà e della dignità umana. Agli ambasciatori Leone XIV aveva segnalato gli stessi pericoli. La legge del più forte torna a dominare il mondo a scapito di decenni di multilateralismo. I diritti vanno rispettati ovunque come viene ribadito dal Papa citando il “De Civitate Dei”. Un messaggio per quei leader che hanno deciso di bypassare il diritto internazionale, a partire da Putin e Trump: «A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati.

Così dunque è stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui. La pace non è più dono e bene desiderabile in sé ma obiettivo da conseguire con le armi e condizione per l’affermazione del proprio dominio. Ma ciò, dice il Papa, compromette gravemente lo stato di diritto, che è alla base di ogni pacifica convivenza civile. La misericordia è il punto focale dell’azione diplomatica di Leone come lo fu con Francesco: un criterio cardine della concezione geopolitica che porta a ispirare a questa regola suprema della vita cristiana anche il linguaggio dei rapporti internazionali. La misericordia non cancella le esigenze della giustizia bensì le presuppone e le compie e, qualora una giustizia piena non sia possibile a causa di ingiustizie ormai avvenute, si apre alla richiesta di perdono. Sono 184 gli Stati che intrattengono relazioni diplomatiche con la Santa Sede che non ha eserciti ma è «esperta in umanità». E già un papa Leone fermò Attila.