
„Die Menschen haben die wahre Fratze der religiösen Ideologie kennengelernt“
25 Gennaio 2026
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25 Gennaio 2026Piero Gobetti e la virtù del conflitto
Morto in esilio a Parigi nel febbraio del 1926, a soli ventiquattro anni, Piero Gobetti resta una figura centrale del pensiero politico e culturale italiano del primo Novecento. Editore, giornalista e intellettuale militante, visse in una stagione segnata dalla crisi dello Stato liberale e dall’ascesa del fascismo, cercando di interpretarne le cause profonde senza indulgere a nostalgie o compromessi.
Al centro della sua riflessione sta l’idea del conflitto come motore del progresso. Per Gobetti non esiste crescita civile senza scontro aperto tra visioni antagoniste: la lotta non è una patologia della politica, ma la sua condizione vitale. Questa concezione, influenzata dall’insegnamento di Luigi Einaudi, lo porta a leggere con severità la storia italiana, segnata a suo giudizio dall’assenza di una vera rivoluzione morale e politica. Il Risorgimento appare incompiuto, il trasformismo una malattia cronica, il giolittismo una gestione senza tensione ideale.
In questo quadro si colloca la celebre definizione del fascismo come “autobiografia della nazione”: non un accidente, ma l’esito di una lunga rinuncia al conflitto e alla responsabilità. Una formula potente, più morale che storiografica, che individua nel consenso passivo e nella collaborazione delle classi il terreno su cui il regime ha potuto attecchire.
Pur restando estraneo al marxismo, Gobetti guarda con grande attenzione al movimento operaio torinese, ai consigli di fabbrica e alla rivoluzione russa. In essi vede non tanto una negazione del liberalismo, quanto una sua possibile rigenerazione storica: la nascita di nuove classi dirigenti attraverso la lotta. Da qui il rapporto intenso con Gramsci e l’ammirazione per il bolscevismo come “mondo in formazione”, pur senza adesione ideologica né indulgenza teorica verso la dittatura.
La sua intransigenza lo porta a rifiutare tanto il riformismo socialista quanto l’antifascismo moderato, accusati di voler restaurare un passato ormai esaurito. È un limite politico evidente, che rende fragile la sua proposta sul piano delle alleanze. Ma, allo stesso tempo, il lavoro di Gobetti come editore e organizzatore di cultura mostra un’apertura straordinaria: pubblica liberali, cattolici, socialisti, promuove il confronto tra tradizioni diverse, intercetta con lucidità le novità artistiche e letterarie del suo tempo.
Gobetti non offre soluzioni pronte né modelli applicabili. Il suo valore sta piuttosto nel metodo: la convinzione che senza conflitto non ci sia democrazia, che il compromesso non possa sostituire la chiarezza delle posizioni, che la politica richieda coraggio morale prima ancora che abilità tattica. Per questo, più che un autore da canonizzare, resta una coscienza critica con cui misurarsi, ieri come oggi.
Il liberalismo della rivoluzione
Fautore del conflitto come motore delprogresso , unì nella riflessione classe operaia e capitalismo, Gramsci e Agnelli, bolscevismo e democrazia, antigiolittismo e antifascismo
Un secolo fa, il 16 febbraio 1926 , moriva esule a Parigi un intellettuale che resta ancora oggi un punto di riferimento. Non aveva compiuto 25 anni. Un confronto sul suo pensiero
Piero Gobetti
conversazione tra ERSILIA ALESSANDRONE PERONA, GIUSEPPE BEDESCHI e PAOLO SODDU a cura di antonio carioti
Morì in esilio a Parigi cent’anni fa appena ventiquattrenne, il 16 febbraio 1926, indomito e isolato. Ma il torinese Piero Gobetti — editore, studioso, giornalista — resta un punto di riferimento importante. Abbiamo invitato a discuterne Ersilia Alessandrone Perona, curatrice del carteggio gobettiano; Giuseppe Bedeschi, professore emerito di Storia della filosofia alla Sapienza di Roma; e Paolo Soddu, docente dell’Università di Torino. Come primo punto abbiamo evocato la visione gobettiana del conflitto come motore del progresso.
ERSILIA ALESSANDRONE PERONA — Mi sembra una concezione sempre valida. Non c’è possibilità di avanzamento sociale senza un confronto critico serrato tra opinioni diverse. Gobetti considera irrinunciabile il valore della lotta in ogni campo. Tant’è vero che il sottotitolo del suo libro La rivoluzione liberale è appunto Saggio sulla lotta politica in Italia.
Da dove deriva questa impostazione?
ERSILIA ALESSANDRONE PERONA — Dall’insegnamento di Luigi Einaudi, convinto a sua volta della necessità che le parti antagoniste si confrontassero anche ferocemente. Non a caso Gobetti pubblica nel 1924 il libro Le lotte del lavoro come primo volume di una serie delle opere di Einaudi che poi non riesce a realizzare. E fa uscire sul suo settimanale «La Rivoluzione Liberale» l’introduzione del volume, scritta dallo stesso Einaudi e intitolata La bellezza della lotta. L’uso del termine «bellezza» mi pare eloquente.
GIUSEPPE BEDESCHI — Gobetti ha una visione pessimistica della storia d’Italia, ispirata ad Alfredo Oriani. Secondo lui, la mancanza della Riforma religiosa protestante aveva determinato l’immaturità etica e politica degli italiani. La rivoluzione delle coscienze avviata da Martin Lutero e Giovanni Calvino, a suo avviso, aveva generato il capitalismo moderno. Invece in Italia si era affermata la Controriforma cattolica, che aveva fiaccato moralmente il nostro popolo.
E il Risorgimento?
GIUSEPPE BEDESCHI — Gobetti lo giudica un fallimento, un moto abortito, al quale era rimasta estranea la grande maggioranza degli italiani. Ne era derivato il cancro del trasformismo, che a suo parere aveva colpito le forze di governo, ma anche i socialisti: il Psi di Filippo Turati non era stato un elemento di rottura e conflitto, ma aveva agito in senso collaborativo e corporativo, a forza di accordi sottobanco. Nell’opera dello statista liberale Giovanni Giolitti, Gobetti vede «la piccola politica trascinata alla giornata». E considera Turati un personaggio «mediocre», anzi «il più formidabile diseducatore dell’Italia moderna», che aveva ridotto i proletari a «mendicanti», impedendo che «assurgessero a personalità di lottatori».
Dunque, secondo Gobetti, in Italia un vero conflitto politico non c’era mai stato?
GIUSEPPE BEDESCHI — La sua è una posizione nettamente rivoluzionaria. Non a caso è in rapporti strettissimi con Antonio Gramsci, che gli affida la critica teatrale sull’«Ordine Nuovo», quando da settimanale lo trasforma in quotidiano. Gobetti ammira molto i comunisti torinesi e il movimento dei consigli operai. A sua volta Gramsci, dopo la morte dell’editore, scrive che Gobetti, pur non essendo comunista, aveva capito il ruolo centrale del proletariato nella società contemporanea.
PAOLO SODDU — Va considerata la crisi irreversibile del sistema politico sorto dopo l’unità d’Italia. Essa porta all’ascesa del fascismo, movimento totalitario deciso a sopprimere la dimensione del conflitto, nella quale invece Gobetti, sulla scorta di Einaudi, vede la fonte primaria dello sviluppo sociale.
Ma perché invece apprezza i comunisti?
PAOLO SODDU — Ha un rapporto importante con Gramsci. Eppure, ha notato di recente Pietro Polito, Gobetti ha pubblicato nelle sue edizioni opere di autori socialisti, liberali e cattolici, persino fascisti, ma nessun libro di un comunista.
ERSILIA ALESSANDRONE PERONA — Tuttavia nel 1925 Palmiro Togliatti gli propone di pubblicare nelle sue edizioni la traduzione del rapporto della Delegazione sindacale inglese sulle condizioni della Russia. L’ipotesi poi sfuma, ma non per ragioni ideologiche.
PAOLO SODDU — Il fatto è che il giovane torinese considera il Partito comunista un movimento allo stato nascente, che a Torino, con i consigli operai e l’occupazione delle fabbriche nel settembre 1920, persegue una svolta epocale: non più solo parlare della rivoluzione, ma realizzarla. Senza dubbio Gobetti in quella fase scambia Torino per l’Italia, ma il suo richiamo al primato della lotta mi pare senz’altro attuale.
Perché?
PAOLO SODDU — In un mondo sempre più vario e multiforme, oggi il conflitto viene visto da quasi tutti i sistemi politici come un pericolo, da limitare se non da sopprimere, mentre costituisce un lievito per il progresso e lo sviluppo della convivenza.
ERSILIA ALESSANDRONE PERONA — La grande crescita industriale di Torino, durante e dopo la Prima guerra mondiale, causa forti tensioni sociali, alla testa delle quali ci sono i socialisti. Gobetti, nato nel 1901, da adolescente è interventista, quindi ostile al neutralismo del Psi. E viene da una famiglia di piccoli commercianti, il che lo porta a deprecare come «teppismo» gli assalti ai negozi durante i moti per il carovita del 1919. Non gli piace inoltre il «socialismo dei professori», intellettuali di sinistra che attirano le sue ironie. Tuttavia Gobetti segue con interesse il settimanale socialista torinese «Il Grido del Popolo», che traduce articoli di Vladimir Lenin e Lev Trotsky, esaltando la rivoluzione sovietica. E sin dal 1920 l’editore torinese dichiara che ammira le doti di Gramsci come polemista.
Come si spiega questa apparente contraddizione?
ERSILIA ALESSANDRONE PERONA — Gobetti esordisce nel novembre 1918 con «Energie Nove», una piccola rivista d’impronta patriottica che al tempo stesso cerca il confronto con i giovani socialisti intellettualmente più vivaci. Non mancano gli scontri: Togliatti a un certo punto bolla Gobetti come «un parassita della cultura». Ma prevalgono la curiosità e l’attenzione reciproca. Quando nel febbraio 1920 chiude «Energie Nove», Gobetti dichiara: «Siamo dei sorpassati». Vuole andare oltre l’interventismo democratico, ha sete di novità.
Ma perché si appassiona al bolscevismo?
ERSILIA ALESSANDRONE PERONA — Trotsky e Lenin influiscono molto su di lui. La lettura dei loro scritti lo convince che essi hanno instaurato in Russia lo Stato liberale. Ancora all’inizio del 1925 rifiuta un articolo proposto alla «Rivoluzione Liberale» da un esule russo che assimilava comunismo e fascismo per il loro comportamento repressivo. Gobetti respinge il paragone, perché in Urss vede «un mondo in formazione e sforzi di nuove classi dirigenti». Trotsky gli appare «uno statista di grandezza innegabile». Considera i bolscevichi, al di là delle loro colpe, «protagonisti di storia e non semplicemente di imprese di polizia».
GIUSEPPE BEDESCHI — Gobetti definisce i consigli operai torinesi «il primo movimento religioso d’Italia». E appoggia calorosamente l’occupazione delle fabbriche. Quanto alla Russia, mentre i socialisti democratici come Karl Kautsky in Germania e Turati in Italia criticano i bolscevichi, Gobetti ne difende l’opera in quanto «esaltazione di liberalismo». Sono parole sconcertanti, perché la teoria liberale si è sempre affermata come protezione dei diritti individuali. Ma il fatto è che tale concezione classica risulta del tutto assente in Gobetti.
Si era convertito al marxismo?
GIUSEPPE BEDESCHI — Assolutamente no. Anzi, da buon allievo di Einaudi, apprezzava il capitalismo come civiltà del risparmio e dell’impresa. Tuttavia era convinto che, quanto meno in Italia, i privati non fossero più all’altezza di gestire la società industriale. Dovevano quindi essere sostituiti dalla classe operaia e dai suoi dirigenti. Può apparire un paradosso, ma Gobetti affidava ai lavoratori la funzione storica di salvare il capitalismo. Per questo riteneva che si dovessero appoggiare le lotte degli operai, anche a costo di accettare un periodo di dittatura del proletariato. Mi pare una posizione assai poco liberale.
Gobetti va accantonato?
GIUSEPPE BEDESCHI — È una personalità di altissimo livello intellettuale, ma bisogna collocarlo nel suo tempo, senza farne un idolo, perché in realtà ha poco da insegnarci.
PAOLO SODDU — Quando muore, Gobetti non ha neppure 25 anni. E aveva vissuto in una fase storica dominata da uno stile politico radicale che accomuna quasi tutte le forze in campo. L’editore torinese cerca — sbagliando, come accade a tutti — d’interpretare i movimenti profondi della società. Mostra un grande interesse per la rivoluzione sovietica come momento di rottura e di trasformazione radicale. Tuttavia è altrettanto attento al Partito popolare: considera la formazione guidata da don Luigi Sturzo, di cui pubblica molti scritti, una novità enorme nel panorama politico italiano.
Ma qual è il suo intento?
PAOLO SODDU — Dare al liberalismo un contenuto democratico che in Italia fino a quel momento era stato debole, se non assente. Perciò guarda a Francesco Saverio Nitti e a Giovanni Amendola, dei quali pubblica i testi, anche se con loro si trova spesso in dissenso. Molto significativo è anche il suo ruolo nell’incoraggiare l’Unione goliardica per la libertà, sorta dopo il delitto Matteotti, che è una sorta di Cln studentesco in anticipo sui tempi, dove convivono tutte le componenti che daranno vita alla Costituzione antifascista: liberali come Enzo Storoni, cattolici come Ezio Vanoni, socialisti come Rodolfo Morandi, futuri comunisti come Giorgio Amendola e futuri azionisti come Ugo La Malfa.
Come si spiega però il suo duplice apprezzamento per il capitalismo e il bolscevismo?
PAOLO SODDU — Riflette il carattere duale di Torino, dove ci sono Gramsci e i consigli di fabbrica, ma anche il Lingotto fatto costruire da Giovanni Agnelli, che Gobetti elogia come moderno capitano d’industria. La sua lettura degli eventi è d’altronde un’opera in costruzione, che si conclude quando diventa irreversibile l’avvento del regime fascista. A Gobetti non rimane allora che l’esilio a Parigi, dove vorrebbe riprendere l’attività di editore, ma muore in solitudine il 16 febbraio 1926. Quanto all’Urss, va ricordato che all’epoca è ancora aperta la lotta per la successione a Lenin, che solo più tardi terminerà con l’affermazione di un pieno totalitarismo sotto Iosif Stalin.
Passiamo al fascismo, che Gobetti definisce «l’autobiografia della nazione». È un’interpretazione utile, tenendo conto che movimenti analoghi a quello di Benito Mussolini sorgono in tutta Europa?
ERSILIA ALESSANDRONE PERONA — Quella formula gobettiana è stata definita «folgorante metafora». E ha avuto un successo indiscutibile. Però l’idea che l’ascesa di Mussolini fosse la rivelazione di antiche tare storiche italiane sembra ricadere più nell’ambito morale che storiografico. Bisogna capire se il concetto di «autobiografia della nazione» sottende un’interpretazione del fenomeno fascista o è una forma retorica in senso alto, uno strumento di lotta politica.
Da dove viene quell’espressione?
ERSILIA ALESSANDRONE PERONA — Si riferisce al malcostume morale del popolo italiano, ma comprende anche una critica rivolta al Risorgimento per i suoi esiti insoddisfacenti. Va rilevato peraltro che la formula gobettiana, molto affascinante, viene ripresa da Carlo Rosselli e altri antifascisti, ma solo fino all’avvento del nazionalsocialismo hitleriano. L’instaurazione in Germania di un regime assimilabile al fascismo, ma che nulla aveva a che fare con la specifica storia d’Italia, indusse a mettere da parte la definizione di «autobiografia della nazione» e a focalizzarsi sul carattere totalitario delle due dittature.
Ma la formula gobettiana è poi riemersa.
ERSILIA ALESSANDRONE PERONA — Sì, ma soprattutto come suggestione morale più che come chiave d’interpretazione del regime.
GIUSEPPE BEDESCHI — La diagnosi del fascismo formulata da Gobetti s’inquadra nella sua critica di tutta la storia d’Italia: vale poco un Paese che, scrive lui, «crede alla collaborazione delle classi» e «rinuncia per pigrizia alla lotta politica». Così Mussolini diventa un corruttore prima che un tiranno, la prova vivente che gli italiani — sono parole di Gobetti — «hanno animo di schiavi». E il fascismo è la sintesi delle malattie nazionali: retorica, cortigianeria, trasformismo.
Come combatterlo allora?
GIUSEPPE BEDESCHI — Promuovendo nuove élite rivoluzionarie, espresse essenzialmente dalla classe operaia. Perciò Gobetti era ostile alle correnti antifasciste democratiche, che a suo avviso volevano tornare all’Italia giolittiana, sperando magari di addomesticare Mussolini e farlo rientrare nei loro compromessi. In questa analisi scompaiono del tutto le responsabilità del socialismo massimalista, che agitando il mito della rivoluzione aveva spaventato le classi medie, spingendole verso il fascismo.
Il problema è quindi l’antigiolittismo di Gobetti?
GIUSEPPE BEDESCHI — Non solo. Anche Amendola era antigiolittiano, ma voleva incardinare la nuova democrazia sui ceti medi, mentre Gobetti puntava sulla classe operaia. Ma c’è un altro punto poco considerato dagli studiosi. Tra gli ispiratori della visione gobettiana non c’è solo Oriani, ma anche Giovanni Gentile.
Un ideologo del fascismo?
GIUSEPPE BEDESCHI — Gobetti è un grande ammiratore del filosofo siciliano. Sull’«Ordine Nuovo» di Gramsci, l’editore torinese riconosce a Gentile il merito di avere insegnato a tutti che «la filosofia è una visione della vita, una fede, un’armonia morale», insomma «la vera religione degli uomini», fondata sul «culto sovrano della verità». Questo influsso su Gobetti è molto significativo, in quanto tutto si può dire di Gentile tranne che fosse un liberale.
PAOLO SODDU — Però Gobetti, proprio nel definire il fascismo «autobiografia della nazione», si riallaccia ad autori di ben altro orientamento, come Gaetano Salvemini e Giustino Fortunato. Quell’espressione, molto efficace sul piano giornalistico, segnala in realtà un problema di portata europea: la fragile precarietà dei processi di trasformazione del liberalismo in democrazia.
Ma perché il fascismo nasce in Italia?
PAOLO SODDU — Dopo la Prima guerra mondiale viene a galla l’incapacità delle culture politiche di promuovere un’evoluzione del sistema in termini democratici. Tentano di farlo Nitti e Amendola: a quest’ultimo, che nel 1956 aveva dipinto come un conservatore, lo storico Giampiero Carocci ha riconosciuto nel 1999 la volontà di realizzare in forma democratica l’ingresso delle masse nello Stato, scopo perseguito invece da Mussolini attraverso la dittatura.
Gobetti pone lo stesso problema?
PAOLO SODDU — Quando parla di «autobiografia della nazione», constata che i tentativi di allargamento delle basi dello Stato sono falliti, nonostante le promesse che avevano accompagnato il corso della Grande guerra. Nel libro La rivoluzione liberale Gobetti analizza le culture politiche del suo tempo alla ricerca di novità, trasversalmente diffuse nei vari partiti, che potessero prefigurare una soluzione della crisi diversa da quella imposta da Mussolini. Ma l’esito va in direzione opposta: è il fascismo che attua la socializzazione politica degli italiani attraverso lo strumento rigido e pervasivo del partito di massa, un modello ingombrante poi ereditato dalla Repubblica democratica.
Qui risiede la specificità nazionale del regime littorio?
PAOLO SODDU — I Paesi liberal-democratici che erano riusciti a integrare le masse resistettero ai totalitarismi, che s’imposero invece nelle realtà — come l’Italia e la Germania — dove a quel problema non erano state fornite risposte efficaci.
Ma l’intransigenza predicata da Gobetti non finisce per essere un ostacolo alle transazioni necessarie per far convivere forze d’indirizzo opposto?
ERSILIA ALESSANDRONE PERONA — Per il giovane torinese è indispensabile schierarsi nettamente contro il fascismo, senza illudersi di poter trattare con Mussolini. In questo consiste la sua intransigenza, che però non preclude affatto il confronto fra culture politiche diverse. La rivista gobettiana «La Rivoluzione Liberale» ospita le opinioni più varie, spesso avverse alle idee del direttore. Anche il catalogo dei libri da lui pubblicati dimostra un’estrema apertura mentale, in campo politico come in quello letterario. Gobetti vuole essere un editore di opposizione e di avanguardia, è attento a ogni novità: al teatro, ma anche alle correnti artistiche emergenti, come l’Espressionismo tedesco.
Ciò testimonia il suo liberalismo?
ERSILIA ALESSANDRONE PERONA — Credo di sì. In tutta la sua opera come organizzatore di cultura si esprime un indirizzo liberale, che Gobetti vuole rielaborare e allargare in senso rivoluzionario.
GIUSEPPE BEDESCHI — L’esaltazione dell’intransigenza non tiene conto del fatto che la politica è l’arte del compromesso, della costruzione di alleanze. Gobetti non se ne cura. Non vuole accordarsi con i socialisti riformisti, che a suo avviso si propongono di tornare al passato. Guarda invece alle avanguardie operaie, rappresentate soprattutto dai comunisti. Questo è un punto molto debole della concezione politica di Gobetti, ma non toglie nulla alla sua eccezionale sensibilità culturale. Basti pensare che, con grande intuito, fu il primo a riconoscere il talento letterario di Eugenio Montale, del quale pubblicò nel 1925 la raccolta di poesie Ossi di seppia.
PAOLO SODDU — Infatti Montale ricordava Gobetti a ogni anniversario. Senza dubbio la politica è l’arte del compromesso, ma l’intransigenza non esclude la possibilità di concludere accordi. Segnala semmai la chiarezza delle posizioni sulla base delle quali ci si confronta con gli altri. È ciò che distingue un sano metodo liberale dal trasformismo.
Ma Gobetti non esagera?
PAOLO SODDU — Alcuni suoi interventi sono forse di una durezza eccessiva, specie nei riguardi del socialismo riformista, mentre non tiene conto che i comunisti erano allora una componente assai minoritaria del movimento operaio. Tuttavia è anche vero che la politica italiana ha praticato spesso compromessi al ribasso. Una cosa è il riconoscimento dell’altro, ben diverso è piegarsi a ogni transazione pur di conservare il potere.
In definitiva Gobetti si può considerare un autentico liberale?
PAOLO SODDU — È interessante vedere che cosa pensavano di lui i suoi avversari, che lo avevano più volte percosso. Quando muore a Parigi, il giornale fascista che usciva in Francia, «La Nuova Italia», esprime un giudizio ripreso anche dal «Popolo d’Italia» mussoliniano. «Gobetti — scrive — porta con sé nella tomba le deleterie illusioni di chi crede ancora nella possibilità, per il liberalismo democratico, di fare opera utile al Paese». Insomma, i fascisti vedevano in lui la volontà di aprire il pensiero liberale alla dimensione democratica. Certo Gobetti fu antigiolittiano, ma lo furono molti altri liberali, primo fra tutti Einaudi. Il connotato fondamentale dell’opera gobettiana consiste nel tentativo di modernizzare la politica in Italia e nello sforzo di capire, non sempre riuscendoci, il senso della novità totalitaria che si manifestava in quegli anni.





