Edith Bruck non ama la Giornata della Memoria, considera sbagliata la scelta della data del 27 gennaio ma lavora ogni giorno perché la memoria del genocidio compiuto dai nazisti non si perda. Anche quando sembra che sia inutile. «Basta che una sola persona ascolti perché le parole non siano vane», spiega questa donna di 94 anni, poetessa, scrittrice, sopravvissuta ad Auschwitz che nei campi ha perso la madre, il padre, un fratello e che ha trascorso gran parte della vita a raccontare la Shoah nelle scuole. La sua battaglia perché la memoria resista è al centro del romanzo «Quanta stella c’è nel cielo», ripubblicato in questi giorni da La Nave di Teseo. Non è un libro sulla deportazione ma su quello che è accaduto dopo, sui silenzi, sul desiderio degli stessi ebrei di rimuovere quello che era accaduto nei campi di concentramento.
«Quanta stella c’è nel cielo» è un verso del poeta Sàndor Petufi, ungherese come lei. Indica il filo di luce che la spinge a non arrendersi. Un filo di luce che non ha nulla a che vedere con la religione. A chi, nel libro, le ricorda che nella religione ebraica si dice che chi salva un uomo salva il mondo, lei risponde in modo quasi brusco: «il mondo non è salvabile, le religioni non hanno mai fermato la bestialità umana, anzi, quanti delitti nel nome del povero Dio». Lo pensa ancora?
«Usano sempre il nome di Dio per commettere violenze. In nome di Dio hanno ammazzato milioni di persone. Ma chi crede davvero non si serve di Dio per uccidere. Quando sono arrivata ad Auschwitz ho visto sulla fibbia dei soldati la scritta: Gott mit uns, Dio è con noi. Per me è stato uno choc inimmaginabile. Avevo 13 anni e una madre molto religiosa che mi ha cresciuta dicendomi che Dio era ovunque. A me, però, sembrava impossibile che Dio fosse con quei soldati che compivano crimini orrendi».
Per chi crede, Dio dovrebbe essere davvero ovunque, quindi anche ad Auschwitz.
«Non è così, non perché Dio non sia ad Auschwitz ma perché non sappiamo nemmeno se esiste. Ne ho parlato anche con papa Francesco quando è venuto a trovarmi. È rimasto due ore a casa, a un certo punto mi sono fatta coraggio e gli ho detto quello che penso».
Che cosa?
«Gli ho raccontato dei miei dubbi. Dio è una ricerca continua, mi ha risposto papa Francesco, sollevando l’indice. Tutto sommato una risposta neutra, senza schierarsi troppo».
E lei che ha risposto? Sta cercando Dio?
«Non cerco Dio. Cerco la bontà nell’uomo e, quando c’è, provo ad alimentarla».

Martedì sarà il 27 gennaio, la Giornata della Memoria. Che cosa dobbiamo ricordare?
«Per me ogni giorno è il 27 gennaio. Da quando sono uscita, Auschwitz fa parte della mia vita, della mia pancia, della mia mente. Abita dentro di me e non esce mai. Ed è lo stesso per tutto quello che sta capitando adesso. Tutto mi riguarda, non solo quello che ho vissuto, altrimenti sarebbe troppo triste. Anzi, mi tocca molto di più ogni vita è preziosa non ci sono vite di serie A e vite di serie B».
A che cosa si riferisce?
«All’antisemitismo che non muore mai. Alle guerre, le violenze, il razzismo, le ingiustizie che capitano nel mondo, le crudeltà, il fatto che l’uomo non abbia imparato nulla dal passato e continui a commettere violenze. Ma chi uccide muore un po’ dentro di sé e quindi lentamente l’umanità sta morendo da un punto di vista morale».
Ha senso ricordare la Shoah a un’umanità che sta morendo?
«Tutto quello che si fa ha senso. Tutto quello che non si fa non ha senso. Liliana Segre ha affermato che nulla rimarrà della nostra testimonianza: non sono d’accordo. Per 60 anni sono stata nelle scuole: non dico che tutti siano diventati antifascisti ma credo che tutto quello che si fa è utile. Hanno capito in due? Ha capito una sola persona? Bene così. Si va avanti sempre e qualcosa rimane. Quindi: ho fatto, faccio e farò».
Che cosa farà nel giorno della Memoria?
«Parlerò. Rilascerò interviste. Ma non mi piace questa giornata. Fu Furio Colombo, un mio carissimo amico, a insistere perché venisse scelta questa data perché è il momento della liberazione di Auschwitz ma è un errore. Si è scelto il lager più mostruoso ma era in Polonia e in Germania ce n’erano ancora 1636 in funzione. I mesi successivi al 27 gennaio furono i peggiori. Il vero giorno della liberazione è avvenuto a maggio, quello dovrebbe essere il momento per celebrare la memoria».

Lei è arrivata nella Terra Promessa nel 1948, pochi mesi dopo la nascita dello Stato di Israele. Meno di sei anni dopo è andata via. Che è successo?
«Quando sono andata credevo davvero che fosse la terra del latte e del miele come mi aveva insegnato mia madre nella mia infanzia. Ho capito che mi sbagliavo già quando sono salita sulla nave a Marsiglia. Invece di dirci shalom o almeno welcome ci hanno chiesto: quali beni preziosi portate? Mi sono resa conto che Israele è un Paese nato sulla guerra, erano tutti aggressivi, nessuno doveva parlare di Auschwitz».
E oggi?
«Con il tempo è diventato un Paese come un altro, con pregi, difetti, ingiustizie, crudeltà. Forse anche peggio. Non sono d’accordo con Netanyahu né con il suo governo. Non riesco a spiegarmi che vengano usati il passato e la persecuzione per commettere le stesse ingiustizie e compiere gli stessi abusi di altri Paesi».
Per portare la pace a Gaza Trump sta creando un’organizzazione di cui si potrà far parte pagando. Che ne pensa?
«È assurdo. Bisogna pagare per la pace. Trump mi ricorda Hitler per l’egotismo. La pace va creata, bisogna coltivarla con il dialogo non con il denaro. Credo che tutti i dittatori abbiano una grande dose di follia. Come Hitler, per esempio.
Trump le ricorda Hitler?
«Sì. Anche Putin. Tuti i dittatori perdono assolutamente la ragione, la lucidità. Trump vuole il Nobel per la Pace e uno pensa: che cosa ha fatto per la pace?»
E noi che cosa possiamo fare?
«Siamo poca cosa rispetto a questi potenti. Però ognuno di noi ha comunque una piccola arma in mano. Non dobbiamo rimanere fermi a guardare quello che accade».







