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NUOVO CINEMA MANCUSO
Groenlandia poco desiderabile
Fatelo vedere a Donald Trump. Così magari gli passa l’appetito – più un attacco di voracità ben corroborato dall’orgoglio, se vogliamo essere precisi – per la Groenlandia. Il film si intitola “Greenland 2: Migration” – seguito di “Greenland” e basta – uscirà nelle sale il 29 gennaio. La presenza di Gerard Butler, attore scozzese che già ha salvato la Casa Bianca in “Attacco al potere”, fa capire che non sarà una passeggiata. L’attore aveva già sconfitto, quasi da solo e fuori dall’orario di servizio – in realtà era appena caduto in disgrazia – i nemici nord-coreani, e altri cattivoni che abbiamo dimenticato. Ma allora le posizioni erano chiare: il presidente americano, bianco o nero che fosse, stava dalla parte del mondo libero. Pronto a salvarlo in caso di necessità.
Inutile farsi spaventare dalla parola “migration”: i migranti siamo noi umani. Padre madre e figlio che nel primo film, dopo il devastante impatto della cometa interstellare Clarke (era così, tale e quale, sul comunicato stampa: ignoriamo se tutte le comete siano interstellari, magari alcune si accontentano di un viaggio più breve prima di scatenare la loro forza distruttiva) avevano trovato rifugio in un bunker in Groenlandia. Assieme ad altri pochi fortunati, se poi è fortuna vivere in un mondo distrutto e grigio.
Era accaduto nel primo film. Il capofamiglia Gerard Butler era tornato a casa per vedere la moglie separata e il figlioletto diabetico che festeggiava il compleanno. Ammanicato con il governo, aveva ricevuto un messaggio sul cellulare con l’ordine di recarsi assieme alla famiglia in una base militare della Florida. I vicini non erano tanto contenti, loro l’invito non l’avevano ricevuto. Ma la ribellione deve attendere: un frammento della cometa, grande come uno stadio da baseball, distrugge la Florida. Prima di partire, la mamma prepara panini con la marmellate, per dire il realismo del film.
Qui arriva la Groenlandia, da raggiungere in aereo assieme a pochi fortunati. E qui si innesta “Greenland 2” (stesso regista Ric Roman Waugh, Gerard Butler intanto ha preso qualche chilo). Ormai l’isola è tutta un deserto, sferzato da raffiche di meteoriti. I nostri vivono da cinque anni dentro un bunker sulla spiaggia. Ma ora anche il loro ultimo rifugio – nel grigio e desolato panorama – viene distrutto. Il padre di famiglia prende la moglie (non più decisa a separarsi, nell’apocalisse un uomo serve sempre) e assieme al figlio Nathan cammina e cammina. Verso la terraferma che fu, l’Inghilterra semi-sommersa dalle acque, e poi la Francia, traversando le montagne e il canale della Manica. Cosa troveranno non è dato sapere – dallo spettatore almeno. Si favoleggia di un grande cratere, se sarà abitabile lo scopriranno.
MARTY SUPREME
di Josh Safdie, con Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow, Odessa A’zion
Il
film è così bello – appassionato, trascinante, intrecciato con la tradizione ebraica del Lower East Side di New York, dove un giovanotto senza troppe qualità ma intraprendente vuole trovare il suo posto nel mondo – che si registrano i primi borbottii. Come se il lavoro del critico imponesse di mugugnare davanti a un film perfetto come “Marty Supreme”, e invece prostrarsi davanti al noioso “La Grazia” di Paolo Sorrentino. Il film di Josh Safdie ispirato a Marty Reisman, campione di tennistavolo (ping pong) avrebbe 50 minuti di troppo, il ritmo sarebbe troppo veloce e Timothée Chalamet – il migliore attore della sua generazione – farebbe troppe smorfie. Son critici sempre pronti a organizzare un barboso convegno sulla morte del cinema, divertirsi mai. Lo strepitoso “Marty Supreme” si potrebbe ribattezzare “Perché corre Marty?”, come il romanzo di Budd Schulberg – lo sceneggiatore di “Fronte del porto” – su Hollywood: il fattorino Sammy corre per sbrigare gli incarichi e farsi notare dai capi, ha grandi progetti per sé. Marty inizia come commesso nel negozio di scarpe di famiglia, poco manca che cambi i numeri e faccia il solletico al piedino delle clienti (era un film di Ernst Lubitsch, “Pinkus l’emporio della scarpa”: il commesso finirà per diventare padrone). Attorno a lui, un cast di volti azzeccati, e non sempre sono attori: il rapper Tyler the Creator, per esempio, è l’amico tassista che accompagna Marty nelle sue avventure.
SENTIMENTAL VALUE
di Joachim Trier, con Renate Reinsve, Stellan Skarsgård, Elle Fanning
L’inquadratura
della bella casa norvegese suggerisce agli amanti di Shirley Jackson che cose terribili stanno per succedere (la scrittrice, come altri che per mestiere spaventano lettori e spettatori, punta sul fatto che in tutte le case almeno qualcuno è morto). Non siamo a questo punto, i drammi tra vivi possono essere altrettanto devastanti. Nora – e già il regista comincia con le strizzate d’occhio allo spettatore non analfabeta – fa l’attrice, ma riesce a entrare in scena soltanto dopo qualche sonoro schiaffo (lo ha chiesto lei, e del resto le tormentate atmosfere bergmaniane sono per paradosso immuni al #MeToo: le donne vengono strapazzate per contratto). Ha una sorella che di teatro non vuole sentir parlare. Entrambe hanno troncato i rapporti con il padre regista che ritorna per il funerale della ex moglie – e madre delle ragazze ormai adulte – con l’evidente intenzione di scombussolare gli equilibri raggiunti con dolore e fatica. Ha una sceneggiatura con sé, vuole che la figlia Nora – l’attrice con crisi di panico – ne sia la protagonista. A un festival che presenta una retrospettiva dei suoi film conosce Elle Fanning, qui nel ruolo dell’attrice americana in difficoltà con le tormentare sfumature nord-europee (non serve essersi fatta tingere i capelli di biondo). Joachim Trier era il regista di “La persone peggiore del mondo” (molto bello, con Renate Reinsve) e di altri film meno bergmaniani, ai nostri occhi decisamente più interessanti.
2 CUORI E 2 CAPANNE
di Massimiliano Bruno, con Claudia Pandolfi, Edoardo Leo, Giorgio Colangeli
E’un
film talmente raffazzonato – stereotipi, personaggi di carta velina, battute vetuste – che quasi ci si vergogna a prenderlo sul serio. Speriamo almeno che incassi, ennesima conferma che il pubblico vuole vedere conflitti che ancor prima della metà del film si aggiustano. Perfino le candidature agli Oscar ieri hanno fatto un bel passo verso la modernità, il cinema italiano marcia sul posto. Edoardo Leo incontra Claudia Pandolfi, prima che riusciamo a dire “sveltina” finiscono a letto: lui la porta in braccio mentre si stanno spogliando (poi la porta si chiude in faccia allo spettatore). La mattina dopo si ritrovano nel cortile dello stesso istituto scolastico – direbbero le circolari ministeriali. Alessandra, così si chiama la fanciulla, è insegnante di lettere proprio nella scuola dove Valerio è preside (da insegnante di ginnastica che era, per sottolineare tutte le differenze tra il maschio sportivo e la femmina che legge libri). Quando non conversa con gli spacciatori che abitano di fianco a lei e la riforniscono di spinelli sotto l’occhio stupefatto del preside, devoto alla vita sana. Detto preside le aveva giurato di essere sterile – così credeva, a torto. Lei rimane incinta, mentre al liceo scoppiano le proteste. Contro il patriarcato, e il preside che preferisce il campo di padel a una biblioteca. Scuola occupata con cantanti e attori – leggi: la società civile – che raccontano le loro esperienze di vita.
MERCY – SOTTO ACCUSA
di Timur Bekmambetov, con Chris Pratt, Rebecca Ferguson
Timur
Bekmambetov, kazako naturalizzato russo, 20 anni fa aveva diretto “I guardiani della notte” e “I guardiani del giorno”. Primi due capitoli di una trilogia – il terzo non è mai stato girato – tratta da un romanzo di Sergej Luk’janenko: i supereroi e i vampiri a Mosca hanno stabilito una tregua tra le forze della luce e quella delle tenebre. Tra chi starà di guardia la notte, e chi farà la guardia di giorno, con spettacolari inquadrature della metropolitana inaugurata nel 1935 e delle sue stazioni più decorate. In “Mercy – Sotto accusa”, lo sguardo è contemporaneo. Più o meno, siamo a Los Angeles nel 2029. La criminalità è ormai incontrollabile, la città è stata divisa in zone rosse e l’intelligenza artificiale viene in aiuto. Un tribunale artificiale – battezzato Mercy Court, dove mercy sta per indulgenza, grazia, compassione – ma che a dispetto del nome non prevede né avvocati né giurie promette un veloce disbrigo delle pratiche. Gli imputati hanno 90 minuti per perorare la propria causa, cercando di convincere l’algoritmo – nel film ha il volto di Rebecca Ferguson, giudice Maddox – della propria innocenza. Brividi, per chi già della giustizia non si fida poi troppo. Doppi brividi, per chi pensa che l’intelligenza artificiale stia prendendo già troppo spazio nelle nostre vite. A inventare la macchina infernale è stato il detective Chris Raven (l’attore Chris Pratt). Sarà lui il primo imputato, lo accusano di aver ucciso la moglie.





