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Sgomento e rabbia: sono questi i sentimenti che attraversano Siena dopo quanto accaduto domenica al Franchi. Un episodio che va oltre la normale crisi sportiva e che segna uno strappo profondo nel rapporto tra squadra, società e città. Un allenatore che non si presenta in panchina a pochi minuti dal fischio d’inizio non è un incidente: è il simbolo di una rottura, resa ancora più grave dal silenzio totale della società nelle ore successive.
Da allora tutto è rimasto sospeso. La squadra riprende ad allenarsi, ma senza certezze: non è chiaro chi guiderà il gruppo, né quale sarà la direzione tecnica. I nomi che circolano sono ipotesi d’emergenza, soluzioni provvisorie. Ma il punto non è l’allenatore. Il punto è la fiducia, ormai evaporata. Senza una parola chiara, senza una presenza riconoscibile, ogni scelta rischia di apparire marginale.
Nel frattempo la classifica racconta una verità scomoda. Il Siena è più vicino ai playout che a qualsiasi ambizione e la salvezza non è affatto scontata. Una rosa giovane, costruita come scommessa progettuale, oggi paga l’assenza di esperienza e soprattutto la mancanza di una struttura solida attorno. Quando la società si dissolve, anche i giovani diventano fragili.
La crisi ha superato i confini del campo ed è diventata un tema cittadino. Il Comune è intervenuto ribadendo attenzione e volontà di incontrare la proprietà, nei limiti delle proprie competenze, per tutelare un patrimonio sportivo e sociale che appartiene alla città. È un segnale istituzionale doveroso, ma anche la conferma che la situazione è ormai fuori controllo.
Per capire come si sia arrivati fin qui basta guardare agli ultimi mesi. L’ingresso della proprietà straniera, nell’autunno 2024, era stato accompagnato da promesse di sviluppo, investimenti, settore giovanile, rilancio del femminile, una visione moderna e ambiziosa. Ma alle parole non è seguita una struttura adeguata. Una stagione deludente senza incremento del budget, poi una rivoluzione estiva affidata a un allenatore inesperto, investito di pieni poteri e di un progetto più narrato che costruito.
A quel punto sono emerse le crepe: questioni societarie irrisolte, difficoltà operative, il nodo stadio, un’organizzazione sempre più fragile. L’uscita di figure chiave dalla gestione quotidiana ha lasciato il club senza un presidio reale, mentre la comunicazione si è spostata su temi marginali, lontani dalle urgenze del campo e della tifoseria.
Il fine settimana della rottura non ha fatto che rendere visibile ciò che covava da tempo. Contestazione, tensioni, risultati negativi, poi l’episodio della panchina vuota. E ancora una volta il silenzio. Un silenzio che pesa più di una sconfitta, perché comunica distanza, impreparazione, assenza.
Oggi il Siena non ha solo un problema tecnico o di classifica. Ha un problema di credibilità. Senza una governance chiara, senza assunzione di responsabilità, senza una presenza reale della proprietà, ogni intervento sarà insufficiente. A Siena il calcio non è un prodotto: è identità, storia, appartenenza. E l’assenza, quando riguarda chi dovrebbe guidare, ha sempre un prezzo. In questo caso, lo sta pagando un’intera città.




