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L’elezione di Papa Leone XIV, primo pontefice nato negli Stati Uniti, ha incrinato una convinzione radicata: che un papa americano avrebbe rafforzato l’asse naturale tra Roma e Washington. È accaduto l’opposto. In pochi mesi Leone XIV ha preso posizioni nette su immigrazione, clima e politica internazionale, entrando in rotta di collisione con l’amministrazione di Donald Trump. Non uno scontro tattico, ma una frattura più profonda, di natura culturale e teologica.
Il conflitto non è nuovo nella storia dei rapporti tra Chiesa e Stati Uniti. Repubblicani e democratici hanno entrambi subito critiche papali: i primi per guerra, disuguaglianze e ambiente; i secondi per le questioni etiche. Ma oggi il dissenso assume un peso diverso. Trump, presidente poco religioso ma capace di mobilitare il linguaggio dell’identità e dell’appartenenza, gode di un consenso robusto tra i cattolici bianchi, mentre i cattolici ispanici – il segmento in più rapida crescita – si collocano sempre più su posizioni opposte, più vicine alla visione sociale della Chiesa.
L’immigrazione è il punto di massima tensione. Da un lato una Chiesa che insiste sulla dignità della persona e sull’accoglienza; dall’altro un potere politico che rivendica ordine, confini e deportazioni di massa, non senza attaccare direttamente le istituzioni ecclesiali, accusate di ipocrisia e interessi economici. Ne emerge una Chiesa americana spaccata: per etnia, per sensibilità politica, per grado di pratica religiosa.
Il Vaticano, già sotto pressione per il calo di fedeli e risorse, si muove su un crinale delicato. Una rottura frontale rischierebbe di alienare una parte consistente dei cattolici statunitensi e dei grandi donatori conservatori; un silenzio prolungato, però, svuoterebbe la credibilità morale del pontificato. Alcune figure dell’episcopato più tradizionalista hanno già scelto di allinearsi apertamente con l’amministrazione, accentuando la frattura tra gerarchia e fedeli.
Sul piano diplomatico, il dialogo formale non si è interrotto, ma resta freddo, privo di una vera relazione personale tra i due leader. Paradossalmente, proprio la forte presenza di cattolici nei vertici dell’amministrazione rende più probabili nuovi attriti: ogni presa di posizione papale rischia di trasformarsi in uno scontro interno al mondo cattolico americano.
La posta in gioco va oltre i rapporti tra Roma e Washington. È una sfida sull’autorità morale, sulla capacità della Chiesa di parlare a una società polarizzata e sulla fedeltà dei credenti: al leader politico che promette sicurezza e identità, o a un papa che richiama giustizia sociale, solidarietà e responsabilità globale. Da questo conflitto, tutt’altro che risolto, passa una parte rilevante del futuro del cattolicesimo negli Stati Uniti – e non solo.




