
Il Papa americano contro l’America di Trump
27 Gennaio 2026
Nelle ultime settimane si è fatto sempre più evidente un movimento comune, che attraversa contesti politici, geografici e culturali molto diversi: la tendenza a stringere il controllo. Controllo dei confini, dei corpi, delle informazioni, delle tecnologie, perfino della memoria collettiva. È un filo sottile ma continuo, che collega scelte apparentemente scollegate e che racconta un cambio di clima globale.
Negli Stati Uniti, la vicenda del Minnesota è emblematica. Nel giro di poche decine di ore, Donald Trump ha corretto la propria linea sull’immigrazione nello Stato, rimuovendo un alto funzionario della polizia di frontiera e inviando sul posto una figura simbolo dell’approccio più duro. Il messaggio è chiaro: quando l’ordine sembra vacillare, la risposta è accentrare, militarizzare, dare un segnale politico prima ancora che amministrativo. Non si tratta solo di gestione dei flussi migratori, ma di riaffermare un’autorità che parla soprattutto all’elettorato interno.
In Europa, il quadro è più articolato ma non meno significativo. In Spagna, il governo ha scelto una strada opposta sul piano dei contenuti, ma simile nella logica di fondo: una regolarizzazione straordinaria degli immigrati come strumento per riportare alla luce ciò che già esiste, riducendo l’area grigia dell’irregolarità. È una mossa pragmatica, che riconosce un dato di realtà e prova a governarlo, ma che nasce comunque dalla consapevolezza che il tema migratorio è ormai strutturale e politicamente esplosivo.
In Francia, invece, la risposta passa attraverso il controllo sociale. Il Parlamento ha approvato il divieto di accesso ai social media per i minori di 15 anni, mentre a Marsiglia la guerra alla droga sta ridisegnando il terreno dello scontro politico locale. Sicurezza, ordine pubblico, protezione dei minori: categorie diverse che convergono in un’unica direzione, quella di uno Stato che interviene in modo sempre più diretto nella vita quotidiana, spesso sospinto da emergenze reali ma anche da una crescente ansia collettiva.
Anche il fronte tecnologico non fa eccezione. L’Unione Europea ha aperto un’indagine sulla chatbot Grok di Elon Musk, segnalando che l’era della deregulation dell’intelligenza artificiale sta finendo. La questione non è solo tecnica: riguarda il potere di influenzare l’informazione, il dibattito pubblico, perfino l’immaginario politico. Controllare gli algoritmi significa, sempre di più, controllare pezzi di realtà.
Nel Medio Oriente, il linguaggio del controllo assume toni drammatici. Dopo la restituzione del corpo dell’ultimo ostaggio, Hamas rivendica un ruolo operativo, mentre Trump chiede il disarmo del movimento. Sul terreno, però, la situazione racconta altro: Israele non si ritira davvero da Gaza, ma ridefinisce le modalità del proprio dominio, trasformando l’occupazione in una gestione più indiretta, meno visibile ma non meno pervasiva. È un controllo che cambia forma per resistere alle pressioni internazionali senza rinunciare alla sostanza.
Nel mondo arabo, intanto, si apre una frattura generazionale silenziosa. Decine di milioni di giovani egiziani sono nati dopo il 2011 e non hanno memoria diretta della Primavera araba. Per loro, la repressione, la stabilità autoritaria e l’assenza di alternative non sono una parentesi, ma la normalità. Anche questo è controllo: non solo dei corpi e delle piazze, ma del tempo, della memoria, delle possibilità immaginabili.
Infine, la Cina offre forse l’esempio più netto di questa fase storica. Anche il generale più potente può cadere, travolto da una campagna anticorruzione che colpisce in profondità l’apparato militare. Sotto la guida di Xi Jinping, la lotta alla corruzione diventa uno strumento di disciplina politica, di rafforzamento del centro, di eliminazione di ogni possibile autonomia. Nessuno è intoccabile, ed è proprio questo il messaggio che il potere vuole trasmettere.
Mettendo insieme questi tasselli, emerge un quadro coerente: governi diversi, con ideologie opposte, rispondono a un mondo instabile con la stessa ricetta di fondo. Più controllo, più centralizzazione, meno zone franche. Che si parli di confini, social network, eserciti o territori occupati, la direzione è la stessa. La domanda aperta è se questa stretta produrrà davvero sicurezza e stabilità, o se finirà per alimentare nuove tensioni, più profonde e meno visibili.




