
Bo Diddley
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29 Gennaio 2026Dal Golfo Persico a Minneapolis: escalation militare, repressione interna e nuove linee di frattura globali
Il blocco quasi totale delle operazioni marittime nel Golfo Persico segna un salto di qualità nella crisi tra Stati Uniti e Iran. Le rotte commerciali vicino alle acque iraniane si stanno fermando, mentre Washington valuta in silenzio l’ipotesi di un attacco diretto. L’amministrazione Trump ha alzato il livello dello scontro, minacciando Teheran con una “imponente armata” e avanzando richieste drastiche, a partire dalla cessazione completa dell’arricchimento dell’uranio. L’Iran risponde con toni durissimi – “dita sul grilletto” – ma lascia intravedere la possibilità di un accordo, purché definito “equo”. Il quadro strategico resta però instabile: Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno fatto sapere che non consentiranno l’uso del proprio spazio aereo per un’operazione militare contro Teheran, riducendo drasticamente il margine d’azione statunitense. In questo vuoto diplomatico, la Russia si propone come mediatrice, attribuendo agli Stati Uniti la responsabilità dell’escalation e cercando di rafforzare il proprio ruolo di potenza regolatrice in Medio Oriente.
La crisi regionale si intreccia con un Medio Oriente sempre più frammentato. A Mosca, Vladimir Putin ha incontrato Ahmed al-Sharaa, mentre la Russia lavora per consolidare la propria presenza militare in Siria e assicurarsi basi strategiche. Sul terreno siriano, intanto, il clima resta teso: a Latakia le autorità locali hanno vietato alle impiegate pubbliche di truccarsi, provocando proteste e indignazione, mentre le forze di sicurezza annunciano l’arresto del leader di presunte cellule terroristiche nella stessa area. Segnali di un controllo sociale sempre più rigido che convivono con un’instabilità permanente.
Nei Territori palestinesi, Mahmoud Abbas ha modificato la legge elettorale per escludere Hamas dalle elezioni locali, imponendo ai candidati il riconoscimento di Israele e l’adesione al programma dell’OLP. Una mossa che ridisegna il campo politico interno ma rischia di acuire le divisioni. In Cisgiordania, intanto, case di un villaggio beduino a est di Gerusalemme sono state incendiate durante un attacco di coloni, alimentando un ciclo di violenza che continua a espandersi senza reali argini internazionali.
Negli Stati Uniti, la tensione esterna si riflette in una crisi interna sempre più visibile. A Minneapolis, il caso di Alex Pretti, ucciso dagli agenti della polizia di frontiera, ha acceso un nuovo fronte di scontro politico e sociale. Un video diffuso recentemente sembrerebbe mostrare Pretti mentre sputa contro agenti federali e danneggia un SUV governativo nei giorni precedenti alla sua morte. Gli agenti coinvolti sono stati sospesi dal servizio, mentre l’opinione pubblica si divide tra chi invoca fermezza e chi denuncia l’ennesimo abuso delle forze federali. Il caso si inserisce in un contesto più ampio di militarizzazione della sicurezza interna, i cui costi emergono con chiarezza: secondo il contabile indipendente del Congresso, il dispiegamento della Guardia Nazionale è costato ai contribuenti quasi mezzo miliardo di dollari in un solo anno.
Sul piano politico ed economico, Washington continua a esercitare un controllo diretto su scenari esterni: il senatore Marco Rubio ha annunciato che il Venezuela dovrà presentare un bilancio mensile alla Casa Bianca, un meccanismo che ha sollevato forti critiche, soprattutto per il ruolo del Qatar nella gestione di fondi legati alla vendita del petrolio venezuelano.
Nel loro insieme, questi eventi compongono un quadro coerente: escalation militare all’esterno, irrigidimento autoritario e repressione all’interno, ritorno delle grandi potenze come arbitri armati e diplomatici, mentre i costi – umani, politici ed economici – si accumulano senza una vera prospettiva di stabilizzazione. È una fase in cui le crisi non si sommano soltanto: si alimentano a vicenda.





