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30 Gennaio 2026Il Buon Governo come dispositivo ideologico: quadro teorico e riferimenti
La lettura del ciclo del Buon Governo come dispositivo ideologico non nasce da una forzatura interpretativa, ma dall’incrocio consapevole tra storia dell’arte, teoria politica e filosofia del potere. Non si tratta di attribuire a Lorenzetti categorie moderne in modo anacronistico, bensì di interrogare il funzionamento dell’immagine oltre il suo contenuto dichiarato, spostando l’attenzione dal “che cosa rappresenta” al “che cosa rende pensabile”.
La chiave concettuale decisiva è fornita da Antonio Gramsci. Gramsci non parla di Lorenzetti, ma definisce con precisione il meccanismo attraverso cui un ordine storico diventa egemonico: non imponendosi soltanto con la forza o con le norme, ma costruendo un senso comune condiviso, un orizzonte simbolico che appare naturale. In questo quadro, un potere è davvero vincente quando anche l’opposizione finisce per parlare il suo linguaggio. Applicata al Buon Governo, questa prospettiva consente di leggere la concordia non come valore neutro, ma come forma egemonica che ingloba il dissenso rendendolo compatibile.
A rafforzare questa impostazione interviene Louis Althusser, in particolare con la nozione di apparato ideologico. L’ideologia, per Althusser, non è una semplice deformazione della realtà, ma un sistema di rappresentazioni che interpella i soggetti e li costituisce come tali. In questo senso, il ciclo di Lorenzetti può essere interpretato come un apparato ideologico visivo: non reprime il conflitto, ma lo rende impensabile; non vieta, ma produce un mondo simbolico in cui certe domande non si pongono. Il Buon Governo non mente sulla città: ne costruisce una versione ordinata che sostituisce il reale.
Un ulteriore contributo teorico fondamentale proviene da Michel Foucault. Il potere, nella prospettiva foucaultiana, non agisce solo per interdizione, ma produce visibilità, discorsi, regimi di verità. Ciò che non appare nell’immagine non è semplicemente escluso: è reso non dicibile. L’assenza del conflitto nel Buon Governo non va quindi letta come omissione casuale, ma come effetto di un dispositivo che definisce ciò che può essere visto e ciò che deve restare fuori campo.
Questo impianto teorico trova riscontri importanti anche nella storiografia artistica, pur senza essere mai esplicitato in questi termini. Millard Meiss ha mostrato come il ciclo di Lorenzetti risponda a una crisi politica concreta, collocandosi all’interno di una precisa strategia di autorappresentazione del potere civico. Pur evitando il lessico dell’ideologia, Meiss riconosce che l’affresco non descrive la realtà senese: la prescrive. È un passaggio decisivo per superare una lettura documentaria dell’opera.
Ancora più esplicito, sul piano metodologico, è il contributo di Quentin Skinner, che ha insistito sul carattere retorico e normativo delle immagini politiche medievali. Le immagini civiche non sono specchi della realtà, ma argomentazioni visive dotate di intenzionalità. Questa prospettiva consente di leggere il Buon Governo come un discorso politico per immagini, costruito per orientare comportamenti e adesioni, più che per rappresentare fedelmente la vita urbana.
Un riferimento teorico trasversale, da maneggiare con cautela ma di grande forza interpretativa, è Manfredo Tafuri. Sebbene Tafuri non si occupi di Lorenzetti, la sua concezione dell’ideologia come razionalità storica che si presenta come naturale è pienamente applicabile al ciclo senese. L’idea che l’ordine venga estetizzato per neutralizzare il conflitto attraversa tutta la sua riflessione e aiuta a comprendere come l’armonia figurata possa funzionare come strumento di stabilizzazione politica.
Infine, per quanto riguarda la selettività del visibile e il ruolo delle differenze interne all’immagine, è utile richiamare Michael Baxandall. Baxandall ha mostrato come le immagini rispondano a schemi percettivi e cognitivi condivisi, rappresentando solo ciò che una cultura è in grado di riconoscere come significativo. In questo senso, la presenza di una differenza leggibile e non perturbante – come la figura dell’abito corto – può essere interpretata come elemento funzionale all’ordine simbolico: una diversità riconoscibile, dunque innocua, che conferma il quadro invece di incrinarlo.
Questo insieme di riferimenti non costruisce una lettura “militante” del Buon Governo, ma ne legittima un’interpretazione critica sul piano del funzionamento ideologico dell’immagine. Non si tratta di negarne il valore storico o artistico, ma di sottrarlo a una celebrazione acritica, restituendolo alla sua natura di costruzione simbolica situata, storicamente determinata e politicamente efficace.





