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C’è un’ironia che attraversa la vicenda del Santa Maria della Scala e che raramente viene detta apertamente: il privato ha fatto ciò che il pubblico non è riuscito a fare. Ha individuato un vuoto e lo ha occupato. Non con un atto di forza, ma rispondendo a una disponibilità.
La formula “sede permanente”, riferita a Wine&Siena, non è un’espressione enfatica né una semplice concessione linguistica. Segnala una trasformazione più profonda. Quando un evento commerciale può presentarsi come abitante stabile di un grande museo pubblico, significa che quel museo ha smesso di abitare culturalmente sé stesso. Non ha più una missione riconoscibile, un progetto leggibile nel tempo, una linea capace di distinguere ciò che è coerente da ciò che è accessorio. Ha spazio, personale, bilancio. Ma non una forma di vita istituzionale definita.
Questa tesi non è una condanna aprioristica, né un riflesso ideologico. Cadrebbe immediatamente se fosse possibile indicare una missione culturale pubblica chiara del Santa Maria della Scala, tradotta in scelte coerenti di programmazione, in criteri selettivi sull’uso degli spazi e in una capacità effettiva dell’istituzione di orientare – e se necessario limitare – gli eventi esterni in funzione di un progetto culturale autonomo. In presenza di tali elementi, la “sede permanente” non sarebbe il segno di un vuoto, ma l’esito di una decisione pubblica consapevole.
In assenza di tutto questo, però, il vuoto non resta neutro. Produce effetti. Crea automaticamente le condizioni perché altri soggetti definiscano funzioni, criteri, gerarchie. Il privato non sottrae: riempie. E lo fa con strumenti che il pubblico ha progressivamente dismesso: continuità narrativa, obiettivi misurabili, capacità di costruire consenso attorno a un’identità chiara. In mancanza di una visione pubblica forte, questi strumenti diventano egemonici non perché più potenti, ma perché unici sul campo.
Il punto critico è che questa egemonia non nasce dal conflitto, ma dalla supplenza. Nessuna forzatura, nessuna rottura. Tutto avviene in un clima di reciproca legittimazione. L’evento rafforza il museo, il museo nobilita l’evento. Ma proprio questa fluidità rivela il problema strutturale: l’assenza di una soglia culturale, di un limite che l’istituzione pubblica sia in grado di tracciare e difendere non in nome di un’astratta purezza, ma di una funzione riconoscibile.
Quando quella soglia manca, il criterio che prevale è inevitabilmente quello della performance: affluenza, visibilità, impatto mediatico, capacità di attrarre sponsor. Parametri legittimi, con cui ogni istituzione culturale deve misurarsi. Diventano problematici quando restano gli unici criteri espliciti, perché trasformano il museo da soggetto culturale a moltiplicatore di format esterni. Non più uno spazio che orienta, seleziona, propone una linea, ma uno spazio che accoglie ciò che è già forte, già visibile, già strutturato altrove.
Il confronto con altri casi rende il meccanismo più evidente. In istituzioni come il Castello di Rivoli o il Centro Pecci, la presenza di eventi, festival e collaborazioni esterne non ha mai prodotto una funzione sostitutiva. Esiste una linea curatoriale riconoscibile che precede e orienta ogni innesto. Gli eventi entrano, ma non abitano: sono ospiti temporanei di un progetto pubblico che resta identificabile. Dove quella linea è venuta meno, invece, si è riprodotto lo stesso schema che oggi si osserva a Siena: format forti capaci di offrire continuità finiscono per assumere un ruolo strutturante, non per invasione ma per mancanza di alternative culturali altrettanto visibili.
In questa condizione il Santa Maria della Scala rischia di funzionare come infrastruttura disponibile più che come istituzione culturale. Una disponibilità che non è necessariamente spregevole: può generare efficienza gestionale, nuove risorse, pubblici più ampi. Ma comporta un prezzo politico preciso: l’erosione della capacità pubblica di definire autonomamente le proprie priorità culturali.
Il nodo, infatti, non è morale ma politico nel senso più proprio del termine. Riguarda chi decide che cosa sia culturalmente rilevante in uno spazio pubblico, con quali criteri e secondo quale temporalità. Se un’istituzione rinuncia a rispondere a queste domande, la risposta arriverà comunque. Non necessariamente da cattivi attori, ma da chi possiede gli strumenti per formularla. Il mercato, con la sua logica impeccabile: intercettare una domanda e darle una forma riconoscibile.
La responsabilità non è del privato, che svolge legittimamente il proprio ruolo. È istituzionale e politica. Non come colpa individuale, ma come decisione mancata, come rinuncia a definire una funzione culturale sufficientemente chiara da essere visibile, difendibile, capace di orientare scelte nel tempo.
La vera domanda, allora, non è se Wine&Siena meriti o meno di occupare stabilmente il Pellegrinaio. La vera domanda è perché quello spazio fosse culturalmente disponibile, perché non esistesse un progetto pubblico altrettanto necessario, capace di contendere quello spazio non sul piano amministrativo ma su quello della necessità culturale.
Un museo senza missione visibile non resta vuoto: diventa occupabile. E quando il vuoto viene riempito dall’esterno, non è il segno di una vittoria privata. È il sintomo di una rinuncia pubblica: la rinuncia a dire che cosa un’istituzione culturale pubblica dovrebbe essere, in quella città, in quel tempo, per quella comunità.




