
Uomini senza bussola
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La settimana che si chiude lascia sul campo una serie di segnali che, letti insieme, restituiscono un’immagine del mondo in accelerazione disordinata: la tensione transatlantica che si materializza in uno scambio pubblico tra Macron e Trump, lo Stretto di Ormuz come nuovo epicentro geopolitico, e un’America che continua a litigare con se stessa mentre la guerra con l’Iran avanza.
Il momento più significativo della settimana è stato forse il più inatteso nella sua franchezza. Emmanuel Macron ha risposto a tono a Donald Trump, criticando apertamente i messaggi contraddittori della Casa Bianca su NATO e Iran. “Bisogna essere seri… non parlare tutti i giorni”, ha detto il presidente francese, in un’uscita che il Guardian, la BBC e il New York Times hanno unanimemente letto come qualcosa di più di una schermaglia diplomatica: un segnale della crescente irritazione europea nei confronti di un’America che oscilla tra dichiarazioni bellicose e aperture negoziali senza una linea riconoscibile. Il NYT ha inquadrato l’episodio come il riflesso di una frattura più profonda: l’Europa, che già sopporta il peso dei propri dilemmi di sicurezza, non riesce più a tollerare un alleato atlantico che sembra usare la crisi iraniana come palcoscenico comunicativo piuttosto che come terreno di strategia condivisa. Il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares ha sintetizzato il problema con una frase che vale come analisi: “Per alcuni Paesi, la guerra funge da sostituto della politica estera.”
Al centro di tutto c’è lo Stretto di Ormuz. Il blocco imposto dall’Iran sta tenendo in ostaggio l’economia mondiale. L’ha detto la Gran Bretagna, che giovedì ha riunito i diplomatici di oltre quaranta paesi per discutere come esercitare pressione su Teheran affinché riapra il passaggio. Lo ha analizzato Le Monde, che ha definito la questione “il nuovo rompicapo dell’ONU”. Lo ha calcolato il Financial Times, riportando che gli Stati del Golfo stanno seriamente valutando la costruzione di nuovi oleodotti per aggirare lo stretto — un’infrastruttura che richiederebbe anni e che da sola dice tutto sulla gravità con cui i petrostati leggono la situazione. L’impatto non è solo geopolitico: la BBC ha pubblicato un pezzo su come una guerra con l’Iran potrebbe far aumentare il prezzo della birra e dell’acqua in bottiglia in India, rendendo tangibile alla scala della vita quotidiana ciò che un blocco di rotte commerciali produce lungo tutta la catena globale dei beni. Il segretario generale del CCG ha usato davanti all’ONU le parole “bivio pericoloso”. Non è retorica: lo shock energetico che si profila è reale.
Mentre lo scenario internazionale si complica, l’amministrazione americana mostra segni evidenti di instabilità interna. Pete Hegseth ha rimosso il generale di più alto grado dell’esercito nel bel mezzo della guerra con l’Iran. Pam Bondi è stata estromessa: il WSJ e il NYT ne hanno ricostruito il retroscena, restituendo l’immagine di una donna che cercava un’uscita dignitosa e di un presidente che la voleva semplicemente fuori dai giochi. Sul fronte canadese, l’El País segnala che il movimento separatista della provincia dell’Alberta sta trovando alleati nell’entourage di Trump — un dettaglio che, in un momento in cui i confini simbolici dell’America si ridisegnano ogni settimana, non è affatto marginale.
Il Pakistan ha dichiarato che continuerà nella mediazione tra Iran e Stati Uniti nonostante gli “ostacoli”. Una milizia irachena si è offerta di negoziare il rilascio di una giornalista americana rapita. Sono segnali ambigui: possono leggersi come tentativi di de-escalation che cercano spazi in un contesto chiuso, oppure come mosse tattiche di attori regionali che colgono l’opportunità di acquisire peso negoziale nel caos. In Francia, il ministro della Difesa Sébastien Lecornu ha messo in guardia sul rischio che il conflitto in Medio Oriente possa avere “un effetto diretto in materia di terrorismo” sul territorio francese. L’Estonia, scrive Le Monde, resta il punto debole della NATO di fronte alle ambizioni russe.
Ciò che questa settimana mostra, a chi voglia leggerla come un testo unitario, è un sistema internazionale sotto pressione su troppi assi contemporaneamente: la crisi energetica di Ormuz, la tensione transatlantica, il caos istituzionale americano, la fragilità del fianco orientale della NATO, le spinte centrifughe all’interno degli stessi alleati occidentali. Macron che dice “bisogna essere seri” non sta facendo un appunto di stile a Trump: sta descrivendo un’assenza. L’assenza di una strategia condivisa in un momento in cui ne avremmo bisogno più che mai.





