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4 Aprile 2026I numeri del turismo senese: tutto bene, o quasi. Ma il quadro che manca è quello che conta
Una nota a margine, prima di entrare nel merito.
I dati provinciali pubblicati oggi dal Corriere di Siena confermano una tendenza che a Piancastagnaio stiamo leggendo da tempo, e che orienta consapevolmente le nostre scelte di politica culturale e turistica. La permanenza media in provincia si attesta a 2,6 giorni. A Piancastagnaio il rapporto tra presenze e arrivi supera il 3 a 1: chi viene, resta. Non è un dato casuale. È il risultato di un’offerta che non punta al traffico, ma alla profondità dell’esperienza. Un turismo lento, territorialmente radicato, che non ha bisogno di grandi numeri di passaggio per giustificare se stesso, perché produce valore reale — economico, culturale, identitario — per la comunità che lo ospita.
Quando si discute di programmazione culturale, di mostre alla Rocca, di eventi che sembrano “piccoli” alla scala provinciale, vale la pena ricordare che il modello che stiamo costruendo è esattamente quello che i dati aggregati indicano come più virtuoso. Arrivano meno persone, restano di più. Conoscono il luogo. Tornano.
I numeri del turismo senese
Il Corriere di Siena pubblica oggi, sabato 4 aprile, i dati della Camera di Commercio di Arezzo-Siena sul turismo provinciale 2025. Oltre 2,4 milioni di arrivi, quasi 6,4 milioni di presenze, stranieri in lieve crescita, agriturismi che battono gli alberghi. Un quadro positivo, con qualche ombra. Guasconi frena: “Si naviga a vista.” La politica annuisce: “Siamo contenti, puntiamo a migliorare ancora, soprattutto sul fronte qualità.”
Tutto regolare, insomma. Tutto già letto.
Eppure qualcosa nel modo in cui questi dati vengono presentati — e soprattutto nel modo in cui vengono non analizzati — merita qualche domanda.
Primo: la provincia di Siena registra arrivi e presenze “in continuità” con il 2024, anno definito “autentico record.” Ma la permanenza media si attesta a 2,6 giorni includendo le locazioni turistiche, e scende a 2,49 nel perimetro tradizionale. Due giorni e mezzo. Non è il turista che scopre un territorio: è il turista che lo sorvola. Nessuno nel pezzo si chiede se questo indicatore — che non cresce, anzi tende a contrarsi — non sia il vero termometro della qualità dell’offerta. Si parla di “qualità” come obiettivo futuro, senza mai confrontarlo con i dati presenti che smentiscono i progressi dichiarati.
Secondo: la componente italiana è in flessione strutturale, -4,3% negli arrivi, -4,4% nelle presenze. 854mila arrivi, quasi 1,8 milioni di presenze perse rispetto al 2024. Si tratta di una contrazione significativa della domanda interna, che viene liquidata con un riferimento alle “difficoltà economiche” e all'”instabilità.” Ma la domanda domestica è anche un indicatore di accessibilità del territorio. Quanto costa dormire in provincia di Siena per un italiano nel 2025? Questo dato — il prezzo medio per camera, il RevPAR, la distribuzione tariffaria per fascia — non compare da nessuna parte. Il turismo “di qualità” di cui si parla è turismo costoso. Chi ne paga il prezzo, in termini di esclusione, è la domanda italiana. Ma questa lettura non è nei comunicati della Camera di Commercio, e quindi non è nell’articolo.
Terzo: l’Amiata. Il dato è lì, in un inciso, quasi con imbarazzo: “a fronte di un calo degli arrivi (-4,2%), vede crescere le presenze dell’1,7%.” Dinamiche contrastanti, scrive il giornale. Traduzione: arrivano meno persone, ma quelle che arrivano restano più a lungo. È un dato interessante, potenzialmente virtuoso, che suggerisce una domanda turistica diversa, più lenta, più territoriale. Ma viene trattato come anomalia da spiegare in fretta, non come modello da interrogare. Per chi come me rappresenta un comune amiatino, questo inciso vale più di tre colonne di dati sulle Terre di Siena.
Quarto: gli agriturismi superano gli alberghi. 2.533 strutture extra-alberghiere contro quasi 400 alberghi, 4.124 locazioni turistiche per 87mila posti letto. È la privatizzazione silenziosa dell’ospitalità: meno personale dipendente, meno sindacato, meno welfare, meno sicurezza sul lavoro. Il boom degli affitti brevi — che “arrivano a 3,5 giorni” di permanenza media contro i 2 degli alberghi — è anche il boom della precarizzazione del lavoro nel settore. Questo non viene nominato. La parola “lavoro” non compare nell’intero articolo.
Guasconi ha ragione su una cosa: “siamo di fronte a un quadro di estrema fragilità.” Le tensioni geopolitiche, la guerra in Medio Oriente, le difficoltà economiche mondiali. Ma la fragilità di cui parla è quella esterna, congiunturale. La fragilità strutturale — un turismo che dura due giorni e mezzo, che costa troppo per gli italiani, che regge su un’offerta extra-alberghiera sempre più diffusa e sempre meno regolamentata, concentrata su poche destinazioni iconiche mentre l’entroterra vive di numeri contrastanti — quella fragilità non è nell’analisi.
È nei dati. Ma bisogna volerli leggere.





