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Augusto Paolo Lojudice scrive bene, e il suo intervento pasquale su Francesco d’Assisi ha il tono giusto per il momento: misurato, colto, non banalmente devozionale. C’è però un riferimento che si inceppa, e vale la pena fermarcisi sopra, perché è rivelatore.
La “generazione Thunberg” — quella che si è posta il problema di salvare il mondo dall’inquinamento indiscriminato delle risorse naturali — è evocata come figura del presente giovanile, come orizzonte ancora vivo di senso condiviso. Ma siamo oltre. Non nel senso che il problema ecologico sia risolto o ridimensionato: siamo oltre nel senso che quella stagione di mobilitazione — le piazze del venerdì, i cartelli, la bambina svedese con le trecce davanti al Parlamento europeo — appartiene già a un’altra epoca. Un’epoca in cui si credeva ancora che la pressione collettiva potesse piegare le istituzioni, che la visibilità producesse cambiamento, che indignarsi in sincrono fosse una forma di potere.
Quella fiducia si è consumata. E con essa una certa idea di giovinezza militante.
I giovani che oggi cercano — e molti cercano davvero, con una serietà che spesso sorprende — non cercano più dentro quella cornice. Sono segnati da altro: dalla crisi verticale di fiducia nelle istituzioni, tutte; dall’accelerazione tecnologica che ha reso l’identità qualcosa di instabile, negoziabile, quasi sperimentale; da una precarietà che non è solo economica ma ontologica, difficile perfino da nominare. Sono una generazione che ha imparato prestissimo che il mondo non si lascia cambiare facilmente, e che ha reagito non con il cinismo — come si dice troppo spesso — ma con un ripiegamento verso il piccolo, il prossimo, il concreto. Una certa sobrietà del desiderio che, paradossalmente, avvicina più di quanto si pensi alla figura del Poverello.
Ecco il punto che Lojudice sfiora ma non afferra fino in fondo: Francesco d’Assisi non è attuale perché è il santo dell’ecologia — etichetta legittima ma riduttiva, prodotto di una lettura post-Laudato si’ che ha i suoi meriti e i suoi limiti. È attuale perché ha fatto una cosa che oggi appare quasi impossibile: ha rinunciato alla narrazione. Ha smesso di spiegare il mondo e ha cominciato ad abitarlo diversamente. Non ha scritto un manifesto. Ha abbracciato un lebbroso.
In un’epoca in cui tutto — compresa la protesta, compresa la fede — tende immediatamente a diventare contenuto, performance, posizionamento, questa gesturalità silenziosa e corporea ha una forza sovversiva che nessuna campagna di comunicazione può replicare. I giovani lo sentono, anche quando non lo sanno dire.
Il rischio del pezzo di Lojudice — un rischio onesto, non una colpa — è quello di usare Francesco per rassicurare, quando Francesco serve soprattutto a inquietare. La gioia francescana di cui parla il Cardinale è reale, ma è una gioia che passa attraverso una rottura, non una consolazione. È la gioia di chi ha perso qualcosa di importante e ha scoperto che stava benissimo senza.
Buona Pasqua.





