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The bill nobody pays
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Giovedì i dipendenti del magazzino ex Logimer hanno scioperato compatti. Adesione totale. Ma la notizia vera non è lo sciopero: è la ragione per cui è stato necessario farlo.
L’azienda — il sito lavora per il marchio Acqua & Sapone — ha comunicato la chiusura non per difficoltà economiche, non per crisi di mercato, non per problemi gestionali. Ha deciso di chiudere perché vuole riorganizzare la propria logistica e massimizzare i profitti. Nel mentre apre nuovi punti vendita altrove. È questa la scelta industriale che cinquantasei lavoratori, le loro famiglie, la loro comunità si trovano a fronteggiare.
Su un territorio come quello dell’Amiata, dove ogni posto di lavoro è un presidio di permanenza, dove un giovane che trova un impiego stabile è una scommessa vinta contro lo spopolamento, questo tipo di decisione ha il peso specifico di una sentenza. Non una crisi: una scelta. È la distinzione che il sindaco Franco Capocchi ha voluto rendere esplicita, e che merita di essere tenuta ferma perché cambia radicalmente il quadro morale e politico della vicenda. Quando si chiude perché si è in difficoltà, il territorio può e deve cercare soluzioni insieme all’azienda. Quando si chiude per ottimizzare un modello di profitto, il territorio deve semplicemente resistere e chiedere conto.
Il Comune si è associato formalmente alla richiesta dei sindacati e ha chiesto alla Regione l’apertura immediata di un tavolo di crisi. È la risposta istituzionale corretta, necessaria, doverosa. Ma non è sufficiente se non viene affiancata da una pressione politica che risalga lungo la catena decisionale fino al livello in cui queste scelte vengono prese. Ed è qui che l’interrogazione parlamentare depositata dai deputati Pd Fossi, Simiani e dal senatore Franceschelli acquista il suo significato più preciso: portare Piancastagnaio dentro le aule di Roma significa riconoscere che questa non è una questione locale, ma una questione di politica industriale nazionale. O meglio: dell’assenza di una politica industriale capace di proteggere le aree interne da decisioni che le trattano come costi da eliminare.
C’è poi una voce che va registrata, perché viene da un luogo insolito per questo tipo di vertenze. Il parroco Don Giampietro Guerrini, a nome della comunità parrocchiale pianese e degli Amiatini, ha scritto di preoccupazione e inquietudine, di benedizione delle famiglie diventata anche occasione di ascolto. Ha citato Don Lorenzo Milani: uscire insieme. È la lingua della solidarietà comunitaria che si affianca a quella sindacale e a quella politica, e che ricorda quanto profondamente la crisi di un insediamento produttivo attraversi i legami di un paese piccolo.
La proposta di ricollocare i lavoratori nei punti vendita della catena è, nella sostanza, inadeguata. Non solo perché spesso le sedi disponibili sono lontane, ma perché le competenze di chi lavora nella logistica di un grande magazzino non si trasferiscono meccanicamente al bancone di un negozio. Sarebbe un declassamento mascherato da soluzione. Un costo che l’azienda scarica sulle spalle dei lavoratori e delle loro famiglie.
Questa vertenza ha una duplice posta in gioco. La prima è evidente: i cinquantasei posti di lavoro, le cinquantasei famiglie, il tessuto occupazionale di un comune che non ha molte alternative. La seconda è meno visibile ma non meno reale: il diritto delle aree interne a non essere trattate come territorio di risulta delle strategie industriali delle grandi società. Un diritto che non si difende con le buone intenzioni, ma con strumenti concreti — normativi, fiscali, politici — che rendano costoso, per chi decide, abbandonare i territori fragili senza conseguenze.
Il Comune c’è. I parlamentari si sono mossi. La comunità si è stretta intorno ai lavoratori. Ora tocca alla Regione aprire quel tavolo, e al Governo rispondere con qualcosa di più di un atto dovuto.




