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C’è un paradosso nel modo in cui le guerre americane finiscono nell’era Trump: si concludono con annunci trionfali che contraddicono platealmente i fatti sul campo. Martedì sera, dopo quaranta giorni di bombardamenti su uno dei paesi con la più antica tradizione di civiltà del mondo, dopo aver chiuso il Golfo al transito petrolifero globale, dopo aver minacciato — testualmente — di cancellare «un’intera civiltà» dalla faccia della terra, il presidente degli Stati Uniti ha annunciato su Truth Social di aver «raggiunto e superato tutti gli obiettivi militari». La stessa pace che, evidentemente, non era ancora in vista quando qualche ora prima si prefigurava l’apocalisse.
La tregua di due settimane è stata mediata dal Pakistan — dal premier Shehbaz Sharif e dal capo delle forze armate Asim Munir — e prevede la sospensione degli attacchi in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz, con negoziati da avviare a Islamabad. Axios Fin qui la meccanica. Ma la sostanza politica è altra cosa.
L’accordo stabilisce poche cose e rimanda quasi tutto a trattative successive, senza nemmeno abbozzare un percorso a lungo termine. Il Post È un cessate il fuoco senza architettura. E nella storia delle crisi regionali questo è quasi sempre il preludio a una ripresa delle ostilità, o nel migliore dei casi a un negoziato estenuante che premia chi ha più resistenza — e qui non è Washington.
Il piano iraniano in dieci punti include il ritiro delle forze americane dalle basi regionali, la cancellazione di tutte le sanzioni, la restituzione degli asset congelati, i risarcimenti per i danni di guerra e un protocollo per il controllo del passaggio nello Stretto di Hormuz. CNBC Non si tratta di una resa di Teheran. È, letta senza filtri propagandistici, una lista di condizioni da vincitore.
Sul fronte della mediazione, emerge la figura di un attore che avrebbe dovuto restare periferico. Il Pakistan ha potuto giocare questo ruolo grazie a relazioni storiche e religiose con l’Iran — con cui condivide circa novecento chilometri di confine e una grande comunità sciita — e ai rapporti cordiali con l’amministrazione Trump, alimentati dalla sintonia personale tra il presidente e il generale Munir. Euronews Una geometria diplomatica nuova, che ridisegna la mappa delle influenze in modo forse permanente.
E poi c’è la Cina. Pechino ha rivendicato un ruolo nelle trattative: il ministro degli Esteri Wang Yi avrebbe tenuto ventissei telefonate con i suoi omologhi, mentre l’inviato cinese per il Medio Oriente ha compiuto una serie di missioni nella regione. Al Jazeera È la proiezione silenziosa di un potere che non ha sparato un colpo e raccoglie dividendi diplomatici mentre Washington conta i costi di una guerra che non ha saputo né vincere né evitare.
Nelle ore successive all’accordo, Netanyahu ha dichiarato che il cessate il fuoco non include il Libano; l’esercito israeliano ha ripreso i bombardamenti su Beirut con oltre 250 morti; l’Iran ha temporaneamente richiuso lo Stretto in risposta. Quotidiano Nazionale Trump ha chiamato tutto questo «scaramucce».
Non è una parola che appartiene al lessico della storia. Chi studia la morfologia delle egemonie sa che i grandi declini raramente si annunciano con un crollo. Arrivano come questa tregua: con un comunicato su un social network, a notte fonda, e la parola «vittoria» scritta in maiuscolo.





