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9 Aprile 2026I democratici rilanciano: dal 25° emendamento all’impeachment, l’opposizione si riorganizza
Ci ha messo un anno, ma il Partito Democratico sta tornando ai toni dell’opposizione totale che aveva caratterizzato la fine del primo mandato di Trump. E il ritmo si sta accelerando in modo che, fino a poche settimane fa, sarebbe sembrato impensabile anche ai più accesi critici dell’attuale inquilino della Casa Bianca.
Il capogruppo alla Camera Hakeem Jeffries ha ceduto alle pressioni dei suoi, annunciando un briefing sul 25° emendamento che sarà tenuto dal deputato Jamie Raskin. Non è una novità nella storia recente americana: l’ultima volta che i democratici avevano puntato con tanta determinazione su quello strumento costituzionale risaliva al gennaio 2021, quando l’allora Speaker Nancy Pelosi fece approvare una risoluzione che chiedeva all’allora vicepresidente Pence di invocarlo. A quella risoluzione seguì il secondo impeachment di Trump. Oggi la storia sembra ripetersi, con varianti e tempi diversi ma con una logica politica riconoscibile.
Il segnale più importante non è il contenuto del briefing in sé, ma la velocità con cui la leadership ha risposto alla pressione della base. Un anno fa, gli stessi colleghi di partito si erano infuriati con il deputato Shri Thanedar per aver presentato articoli di impeachment, considerati allora una mossa avventata e controproducente. Oggi il tabù è caduto, e le richieste di rimozione si moltiplicano senza che nessuno sembri più preoccuparsi delle conseguenze di immagine: oltre ottantacinque deputati democratici avevano già pubblicamente chiesto l’allontanamento di Trump prima che la giornata fosse finita.
Dietro la svolta c’è la frustrazione per le dichiarazioni di Trump sull’Iran — definite da più parti «spaventose» — che avrebbero generato un clima di fortissima tensione tra i parlamentari e spinto la leadership a irrigidire il tono pubblico. «È dove si trova l’elettorato», ha detto un esponente progressista di peso, sintetizzando con pragmatismo la logica della mossa. La pressione privata su Jeffries e i suoi vice sarebbe stata intensa e prolungata, con molti membri che avevano già preso posizione pubblica prima ancora che la leadership si muovesse.
Restano però le divisioni interne, che sarebbe ingenuo ignorare. Qualche dem di area moderata non ha nascosto il proprio scetticismo: il briefing sul 25° emendamento è stato liquidato da uno di loro come «un’impresa folle», mentre un altro ha ammesso candidamente di non capire le ragioni della scelta. Jeffries stesso si è tenuto fino ad ora al di qua della linea esplicita: né lui né i suoi vice hanno formalmente chiesto al vicepresidente Vance e al Gabinetto di invocare l’emendamento, lasciando a Raskin il ruolo di voce più avanzata.
Raskin non usa mezze misure: «C’è una grandissima angoscia nel Paese per le minacce di Trump di commettere crimini di guerra. La Costituzione non è stata pensata per un’emergenza come questa, ma il 25° emendamento è lo strumento più vicino a una risposta federale che abbiamo». Una posizione netta, che la leadership per ora osserva senza abbracciare del tutto.
Sul fronte parlamentare, i dem tenteranno di far approvare per consenso unanime una risoluzione sui poteri di guerra riguardo all’Iran alla sessione pro forma della Camera. I repubblicani bloccheranno quasi certamente il tentativo, ma il gesto vale come dichiarazione d’intenti: il partito intende tornare alla carica non appena la Camera riprenderà i lavori ordinari. Una conferenza stampa sui gradini del Campidoglio è già in programma.
L’opposizione democratica si sta risvegliando — con le sue contraddizioni, le sue cautele interne e una base che non ha più intenzione di aspettare.





