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C’è un copione che la città conosce a memoria. Lo ha recitato nelle grandi stagioni della sua storia recente e lo ripete, con puntualità quasi meccanica, nelle vicende minori. Si apre con lo sdegno rituale — le dichiarazioni di sconcerto, l’incredulità ostentata, i comunicati che parlano di casi isolati. Segue la ricerca del nemico esterno, di qualcosa o qualcuno che venga da fuori a turbare una comunità che si vuole sempre fondamentalmente sana. Poi arriva la via tecnica: il perdono giudiziale, l’estinzione del reato, l’oblio procedurale che diventa oblio collettivo. E infine il silenzio, che non è silenzio ma omertà — quella forma di non-detto che a Siena si è sedimentata nei decenni fino a diventare cultura, riflesso condizionato, quasi punto d’onore.
L’inchiesta “Format 18” racconta ragazzi nati nel 2009 e nel 2010 che si riunivano in chat intitolate “Partito Repubblicano Fascista”, che pianificavano spedizioni punitive contro stranieri e si scambiavano materiale pedopornografico. Ragazzi di buona famiglia, incensurati, iscritti agli istituti scolastici considerati di pregio della città. Alcuni, interrogati dalla Digos, hanno detto di essere dispiaciuti. Altri hanno parlato di superficialità. Come se partecipare a un gruppo con un rito di iniziazione, con due leader carismatici, con un fucile a doppia canna funzionante trovato in una delle loro case, fosse questione di distrazione, di un momento di scivolamento involontario.
La reazione pubblica ha seguito lo schema atteso. Le parole di circostanza, l’invito a riflettere e a interrogarsi. Tra le voci più ascoltate quella della sindaca, che prima di esserlo è stata docente in una delle scuole senesi che questa vicenda riguarda direttamente. Ed è qui che lo schema si inceppa, o meglio, si rivela in tutta la sua ipocrisia funzionale. Un docente non scopre a posteriori le derive culturali dei propri studenti: le frequenta nel tempo, vive i cambiamenti dell’aula, incontra gli adulti di riferimento, osserva. Sa, o può sapere, quello che un’inchiesta della Digos porta alla luce mesi dopo. Se quella docente è diventata sindaca, la sua parola pubblica su questa vicenda avrebbe un peso specifico diverso da qualsiasi altro commento. Potrebbe raccontare, contestualizzare, nominare meccanismi che il comunicato istituzionale non può e non vuole raggiungere. Invece niente. L’esternazione pubblica si ferma all’invito a interrogarsi, possibilmente in silenzio, possibilmente con cautela, possibilmente senza disturbare equilibri che la città tiene in piedi con grande cura.
Il punto è che Siena non ha mai avuto una borghesia nel senso storico e sociologico del termine: una classe che accumula capitale, che rischia in proprio, che costruisce impresa e porta con sé, nel bene e nel male, una cultura della responsabilità individuale. Quella classe non si è mai formata. La città ha vissuto per secoli all’ombra di due istituzioni totalizzanti — il Monte dei Paschi e il sistema contrade-Palio — entrambe fondate su una logica para-feudale di appartenenza, cooptazione e redistribuzione interna che non produce borghesia ma produce piccola borghesia: impiegati, professionisti protetti, commercianti dipendenti dal flusso istituzionale, docenti, funzionari. Una classe che non rischia ma esige stabilità, che non innova ma custodisce, che non costruisce ma eredita posizioni. A questo si aggiunge la rendita simbolica di una grandezza medievale e rinascimentale che la città ha a lungo usato come specchio identitario, come se abitare dentro Duccio e Lorenzetti nobilitasse per osmosi, indipendentemente da quello che si fa o non si fa nel presente.
La piccola borghesia ha una psicologia precisa, che Pasolini ha descritto meglio di chiunque altro per il caso italiano: è la classe del decoro, non della dignità. Il decoro è esteriore, reputazionale, riguarda ciò che si mostra e ciò che si nasconde. La dignità implicherebbe fare i conti con se stessi anche quando è scomodo. I figli di buona famiglia che pianificano spedizioni punitive in chat neonaziste non sono il prodotto di una classe che ha fallito il suo mandato educativo — sono il prodotto di una piccola borghesia che non ha mai avuto un mandato educativo autentico, solo un mandato di posizionamento sociale. E il posizionamento sociale, quando è minacciato, attiva il protocollo del decoro: sdegno misurato, distanza prudente, perdono tecnico, oblio rapido.
Perché Siena ha un problema con la verità quando la verità riguarda se stessa. Non è una questione di destra o di sinistra, non è generazionale, non è nemmeno, come qualcuno vorrà dire, la conseguenza di internet e dei social. È una disposizione strutturale al non-vedere che attraversa le classi dirigenti, le famiglie, le istituzioni scolastiche, le parrocchie, i circoli. Ci sono ragazzi minorenni che portano tatuati sul corpo quei simboli. Non è un segreto per chi li frequenta, per chi li educa, per chi li vede ogni giorno. Eppure la città preferisce non vedere, e quando la magistratura la costringe a guardare, applica il protocollo: sdegno, nemico esterno, perdono, oblio.
Il rimbalzo mediatico che seguirà sarà istruttivo. Le interferenze sui social ancora di più. Si legge moltissimo di Siena oggi tra quelle righe — della sua incapacità di fare i conti con le proprie contraddizioni, del modo in cui la piccola borghesia cittadina protegge i propri figli mentre chiede rigore per gli altri, della distanza siderale tra l’immagine che la città vuole dare di sé e quello che produce nelle sue scuole migliori, nelle sue famiglie per bene.
Lo schema ha attecchito profondamente, questo è il punto. Non come eccezione ma come norma. E finché la norma non viene chiamata con il suo nome — anche da chi ha la posizione, la storia e la credibilità per farlo — Siena continuerà a guardarsi allo specchio senza riconoscersi. Che è, probabilmente, la forma più raffinata di complicità.





