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24 Settembre 2026Nucleare, la legge c’è: ora il governo deve decidere dove e quando costruire le centrali
Dopo quasi quarant’anni l’Italia torna ad avere una cornice normativa per l’energia atomica. Il Senato ha approvato in via definitiva il disegno di legge delega sul nucleare sostenibile, già votato dalla Camera a giugno, con 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astenuti. Il governo parla di giornata storica, Confindustria di svolta, le opposizioni di una tecnologia che non è ancora matura sul piano commerciale e di un azzardo economico. Ma al di là delle dichiarazioni, conviene guardare a ciò che la legge fa davvero e, soprattutto, a ciò che ancora non fa.
Il provvedimento non autorizza la costruzione di alcun impianto. È una delega: affida all’esecutivo dodici mesi di tempo, dall’entrata in vigore, per scrivere uno o più decreti legislativi che disciplinino l’intero ciclo, dalla sperimentazione alla localizzazione, dalla costruzione all’esercizio delle centrali, fino al combustibile, allo smantellamento dei vecchi impianti, allo stoccaggio e allo smaltimento dei rifiuti radioattivi. È previsto un Programma nazionale per lo sviluppo del nucleare sostenibile e, in prospettiva, della fusione, insieme al riordino delle autorità di sicurezza e controllo e a un rafforzamento della ricerca e della formazione. Il ministro dell’Ambiente assicura che i decreti arriveranno entro la fine dell’anno, ben prima della scadenza.
La scelta tecnologica è già orientata: niente grandi centrali come quelle chiuse dopo il referendum del 1987, ma piccoli reattori modulari, standardizzati e di dimensioni ridotte, con una distribuzione sul territorio molto diversa dal passato. È qui che si apre la questione più delicata, quella del dove. Il governo attribuisce alle Regioni un ruolo rilevante nell’individuazione dei siti, e il testo prevede che anche i Comuni possano candidarsi ad ospitare gli impianti. Una formula che punta sul consenso volontario, ma che non scioglie il nodo: il Paese non dispone ancora di una procedura consolidata per la localizzazione, e l’esperienza del deposito nazionale delle scorie, fermo da anni nonostante una lista di alcune decine di aree ritenute idonee, soprattutto tra Lazio, Piemonte, Sardegna e Basilicata, mostra quanto sia difficile trasformare una mappa tecnica in una decisione condivisa. Una parte dei decreti dovrà occuparsi proprio del deposito, distinguendo il combustibile esaurito dai rifiuti a bassa e media attività, in larga misura di origine ospedaliera o provenienti dallo smantellamento delle vecchie centrali.
Poi c’è il quando. Il ministro indica il 2033-2034 per l’entrata in funzione dei primi reattori, precisando però che si tratta di una stima, non di una scadenza fissata. Sette o otto anni sono pochi per una filiera che in Italia va in buona parte ricostruita: servono tecnologie che solo ora entrano nella fase industriale, investimenti per miliardi, procedure autorizzative ancora da scrivere, competenze da formare. Sul fronte industriale qualcosa si muove, con un grande operatore europeo che punta a realizzare una decina di piccoli reattori nell’Unione entro il 2035, uno dei quali in Italia insieme a gruppi nazionali dell’energia e delle costruzioni.
Il contesto spinge: la crisi energetica legata alla guerra con l’Iran, la dipendenza dall’elettricità atomica importata dai Paesi vicini, gli obiettivi di decarbonizzazione al 2050. Ma la vera partita comincia adesso, e si giocherà sui costi, sui finanziamenti e sul rapporto con i territori. Senza un patto chiaro con le comunità chiamate ad accogliere gli impianti, e senza una risposta credibile sulle scorie, la legge rischia di restare una cornice ben disegnata attorno a un quadro ancora vuoto.





