
Nucleare, la legge c’è: ora il governo deve decidere dove e quando costruire le centrali
24 Settembre 2026
Il decimale che fa comodo a tutti: il 3,1% e la politica che non vuole scegliere
24 Settembre 2026Primarie rinviate, Kiev e antisemitismo: il Pd discute di regole mentre Vannacci prepara la sua Sassonia
C’è un modo infallibile per non decidere: spostare la decisione sul calendario. Il Pd lo sta applicando a Milano con una disciplina quasi notarile. Da Roma arriva l’uomo di fiducia della segretaria, riunisce gli aspiranti sindaci e consegna una parola sola: fermi. I gazebo, forse, a febbraio. Forse. Intanto il tesoriere solleva dubbi sui costi e sull’opportunità, la segreteria risponde che le primarie non si toccano, e tutti si dichiarano soddisfatti. Le primarie ci saranno, ma non ora. Il candidato ci sarà, ma non adesso. La città aspetta.
Il problema è che la città non aspetta affatto. Un candidato civico è già in campo, parla, occupa lo spazio. Chi dentro il partito voleva annunciarsi viene trattenuto per la giacca, e ogni settimana di congelamento è una settimana regalata a chi corre senza chiedere permesso. Si scambia la prudenza per strategia. Ma la prudenza, in politica, ha un nome più preciso quando dura troppo: assenza.
Milano è solo il sintomo più visibile. Il punto è che il centrosinistra continua a trattare il metodo come se fosse la sostanza. Si litiga su quando votare, su chi convoca, su chi paga. Non si discute di che cosa Milano debba diventare dopo un decennio in cui è stata insieme vetrina del Paese e fabbrica di esclusione, città dei grattacieli e degli affitti impossibili. Le primarie nascono per aprire una domanda al popolo. Qui servono a chiudere un conflitto dentro l’apparato.
E quando la sostanza irrompe, il partito si scopre fragile. Sul disegno di legge sull’antisemitismo la segretaria sceglie il no. È una scelta che si può argomentare: una norma che rischia di confondere la critica a un governo con l’odio verso un popolo merita diffidenza. Ma la reazione interna rivela altro. Un pezzo del partito parla di errore, protestano associazioni storicamente vicine. Non è la divergenza a preoccupare, è che emerga solo a voto deciso, come se il Pd non avesse più luoghi in cui le posizioni si formano prima di diventare comunicati.
Lo stesso accade sull’Ucraina, dove l’alleanza con i Cinque Stelle si misura con un’aritmetica penosa: armi con una scadenza, oppure soltanto aiuti economici, pur di trattenere Conte. Si cerca la formula che non scontenti nessuno. Ma una politica estera costruita per non rompere una coalizione non è una politica estera: è una tregua travestita. Chi governa, domani, dovrà dire all’Europa che cosa pensa della guerra, non come ha tenuto insieme il tavolo.
A destra lo spettacolo è diverso, e più inquietante. Le suppletive di Reggio Calabria diventano il banco di prova di una coalizione che si credeva compatta. E arriva il guastafeste. Il generale promette che quella terra sarà la sua Sassonia. Non è una battuta geografica. È l’evocazione di un modello preciso: la regione tedesca dove l’estrema destra ha smesso di essere protesta e si è fatta radicamento, egemonia sociale, alternativa alla destra di governo. Vannacci non sfida gli avversari. Sfida gli alleati, dicendo loro che esiste uno spazio più a destra e che lui intende abitarlo.
Qui sta la simmetria che nessuno vuole vedere. A sinistra si rinvia per paura di dividersi. A destra qualcuno divide per crescere. Nel primo caso la politica si riduce a gestione del calendario, nel secondo a occupazione del risentimento. In entrambi manca la stessa cosa: una risposta alla domanda su per chi si governa. Il Sud che vota a Reggio non chiede Sassonie. Chiede servizi, lavoro, uno Stato che non arrivi solo in campagna elettorale.
Resta, sullo sfondo, il ritorno in video di chi annuncia che tornerà a Cuba, grato ai medici dell’isola e furioso con Trump che la chiama Stato fallito. Si può sorridere. Ma anche questo racconta il tempo: la politica come biografia, l’indignazione come posizionamento personale, il gesto al posto del progetto.
Il Paese reale, intanto, resta fuori dalla stanza. Nessuno lo convoca. Neanche a febbraio.





