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di Pierluigi Piccini
Un decimale. Tanto è bastato perché l’Italia restasse in procedura d’infrazione. E tanto basta, adesso, perché nessuno debba rispondere di niente. Il 3,1% certificato dall’Istat non è una catastrofe contabile. È qualcosa di peggio: un alibi perfetto, distribuito equamente.
Basta guardare come lo usano. Salvini lo brandisce contro Bruxelles e chiede uno scostamento di bilancio da miliardi. Meloni se la prende con l’Istat e con chi lavorerebbe contro l’Italia, come se i numeri fossero un complotto e non l’esito di un conteggio sbagliato al ministero dell’Economia. Giorgetti prende atto con rammarico e rinvia tutto al 2027. E c’è chi sospetta che a Palazzo Chigi quel decimale non dispiaccia affatto, perché consente di non affrontare la spesa militare prima del voto senza doverlo dichiarare.
Se il 3,1% sia stato cercato o subìto, non lo sappiamo. Ma la domanda è mal posta. Conta a cosa serve. E serve a spostare il discorso dal perché al quanto, dal fine al margine. Si litiga sullo zero virgola per non dover dire che cosa si farebbe con lo spazio che manca.
Eppure la domanda è semplice. La clausola per difesa ed energia valeva circa trentasei miliardi. Per chi andrebbero spesi? Per quale idea di paese? Armamenti o reti energetiche, cantieri o bollette, imprese o famiglie? Nessuno risponde. Il vincolo esterno esiste proprio per questo: per dispensare dalla risposta.
È una figura che la politica italiana ripete da trent’anni, solo rovesciata a seconda della stagione. Prima si diceva «ce lo chiede l’Europa», e il vincolo giustificava i tagli. Oggi si dice «è colpa dell’Europa», e il vincolo giustifica l’impotenza. La sostanza non cambia. L’Europa resta il luogo dove si deposita la decisione che non si vuole prendere in casa. Un altrove comodo, che assorbe la responsabilità e restituisce vittimismo.
Nemmeno la sinistra si salva. Denuncia l’austerità, la pressione fiscale ai massimi, la crescita ferma tra le ultime d’Europa. Ha ragione. Ma quando le si chiede che cosa farebbe con quello spazio, anche lei si ferma al numero. Critica il rigore senza dire che cosa costruirebbe al suo posto. E così accetta la stessa grammatica dell’avversario: parla di vincoli e non di fini, di margini e non di scelte. È l’opposizione che rinuncia al suo compito più alto, quello di mostrare un’alternativa e non soltanto un bersaglio.
Una politica che discute di decimali lo fa perché non sa più discutere di destinazioni. Governare vuol dire decidere a chi dare e a chi togliere, e assumersene il peso davanti a chi ne paga il prezzo. Tutto il resto è ragioneria travestita da destino. Il 3,1% non ci dice quanto siamo lontani da Bruxelles. Ci dice quanto siamo lontani da noi stessi.





