
Esperimenti di vita per essere veri liberali
27 Settembre 2026
The Host of Seraphim
27 Settembre 2026SPETTATORI PER UNA SETTIMANA
NUOVO CINEMA MANCUSO
Le sale piene per l’horror
Cambiano i tempi. Anche dove uno non se lo aspetta. Nel comitato di selezione che sceglie il film italiano da proporre agli Oscar. Propone, perché finora i candidati da tutto il mondo sono un’ottantina, e forse altri si aggiungeranno. L’Italia, a sorpresa, ha scelto come suo candidato “L’estranea” di Paolo Strippoli. Il 16 dicembre sarà annunciata la shortlist – parliamo sempre di titoli internazionali – e sapremo se “L’estranea” sarà nella cinquina che il 15 marzo prossimo lotterà per l’Oscar.
Una sola statuetta. La categoria “film in lingua straniera” a questo soltanto ha diritto. Tranne nel caso in cui i vincitori riescano a fare il bis o il tris – è successo per esempio qualche anno fa con “Parasite” di Bong Joon Ho, che qualche giorno fa a Torino ha ricevuto il premio Stella della Mole. E’ stata una scelta a sorpresa, quella del film “L’estranea”.
Il comitato cambia, cambiano i gusti dei selezionatori, e l’estate del 2026 ci ha insegnato che l’horror – ma il regista Paolo Strippoli, nato nel 1993, rifiuta l’etichetta – ha ottime possibilità. Porta la gente al cinema, e il botteghino gode. Guai a disprezzare: saranno soldi per girare altri film senza ricorrere sempre allo stato finanziatore. Mantenendo il legame virtuoso tra incassi e gusti degli spettatori.
Non ci sfugge il fatto che la formula “non concede nulla al gusto del pubblico” è stata per molti anni sinonimo di qualità. Ma siamo avanti nel terzo millennio, credere che il cinema possa prosperare seguendo le fisime di pochi intellettuali è una follia. E siamo convinti che certi generi – l’horror per esempio – si gustano di più in pubblico. Una sala che sobbalza di paura non è il divano di casa, con la luce accesa e il telecomando per interrompere la tensione.
Ieri è stato reso noto il programma della Festa di Roma, dal 13 al 25 ottobre all’Auditorium (bisognerebbe aggiungere “Parco della musica Ennio Morricone”, ma nessuno riesce a arrivare in fondo). Sono dodici giorni, il Festival di Cannes ne dura uno di meno. C’è un concorso di film su cui torneremo, serve il tempo per studiare i titoli, i nomi conosciuti del concorso sono Susanna Nicchiarelli e Kasia Smutniak, oltre a Diego Luna, a Gustave Kervern e un paio d’altri.
Nella sezione Grand Public – meglio affrontabile senza bisogno di studio – vedremo “The Debut” di Jesse Eisenberg: ormai avviato a una bella carriera da regista, qui dirige Julianne Moore, casalinga che si scopre attrice. Poi c’è “Elsinore” di Simon Stone, variazione su Shakespeare che sempre ispira. Massimiliano Bruno dirige uno dei film più divertenti e politicamente scorretti degli ultimi anni. “Death at a Funeral”, che diventa “Un tranquillo funerale di famiglia”.
MAIGRET, L’AMORE E LA MORTE
di P. Bonitzer, con D. Podalydès, A. Alvaro, D. Reymond
Fa
tenerezza. Per quanto è fuori dal mondo. Nessuno si agita, tutti rispondono calmi e tranquilli al commissario Maigret. D’accordo, è tutta gente di buona famiglia, con incarichi di prestigio – il commissario viene convocato in Quai d’Orsay, ministero degli Affari Esteri. Il morto è un ex ambasciatore: Monsieur Berthier- Lagès. C’è una principessa de Vuynes, da poco vedova. E un’affezionatissima governante, la Anne Alvaro che ricordiamo dal film di Agnès Jaoui “Il gusto degli altri”, accanto a Jean-Pierre Bacri: un’attrice che gli dovrebbe insegnare l’inglese e trascina il buzzurro industriale in una serie di figuracce. Qui ha la parte ingrata della serva-padrona, intrufolata nella nobile e danarosa famiglia, ma con l’occhio giudicante. Se ne poteva fare un film anni 60, rispettando l’epoca del romanzo. Pascal Bonitzer – regista classe 1946 che non si fa granché ricordare, eppure ha diretto una dozzina di film – trasporta la vicenda nel 2000. I tempi, la calma, i modi, gli abiti e le pettinatura delle signore restano vecchiotti. Il risultato non è brillante. Il ritmo delle domande e delle risposte è lento come in un antico telefilm. Lo spettatore neanche troppo accanito scopre il colpevole molto prima del commissario. Per tacer del finale. Non è ancora nato chi riesce a far meglio del caro George Simenon, quando al centro dell’indagine c’è un carteggio durato 50 anni. Unico grande pregio: dura un’ora e venti.
UNA STORIA
di Anna Foglietta, con Alba Rohrwacher, Guido Caprino, Elio De Capitani, Ksenia Borzak
Vanity
project. Non c’è altro modo di caratterizzarlo, le definizioni sono fatte per capirsi e qui in due parole c’è tutto un mondo. Un’attrice che è passata dai personaggi comici a figure femminili “più serie e impegnate”. Lei si racconterebbe così, a noi piaceva in “Perfetti sconosciuti” e prima ancora in “Io e la Giulia”. A giudicare dalle interviste, ora pare reduce di un corso accelerato di nonsense e wokeness. Celebra la propria bravura sul set: una regia, dice, allegra e democratica (poi ci si chiede perché i registi maschi abbiano maggiori finanziamenti, ecco la risposta). In scena c’è una coppia, dopo la partenza della figlia per l’università si trova spaesata – situazione non proprio appassionante. Né lo sono gli sviluppi: sentono il vuoto, forse tra loro c’è sempre stato ma non se ne accorgevano. La figlia non pare un ciclone di allegria, ma questo la regista vuol trasmettere: gente semplice, di poche parole, ripresa con molta raffinatezza di inquadrature. Lei fa la cassiera in un supermercato. Lui lavora con il padre impresario edile. “E’ tutto qui” – si chiede Rohrwacher, che nel film si chiama Erika. Se lo chiede anche lo spettatore, la regista ha in testa il minimalismo americano ma con la provincia italiana si trova male, nessuno mai vive lontano dai genitori. Lo sfizio di fare la regista attenta alla forma, Anna Foglietta se l’è tolto. Per il prossimo film, se ci sarà, graditi un po’ di carne e sangue.
NESSUN DOLORE
di Gianni Amelio, con Alessandro Borghi, Valeria Golino, Beidja Yahiaoui, Valerio Mastandrea
Applausi
e recensioni osannanti, sotto la guida del pilota automatico. Gianni Amelio non si discute, c’è il rischio che ti prenda a male parole per una recensione dell’anno prima (episodio non autobiografico, precisiamo). “Il ladro di bambini” e poi “Lamerica” ne hanno fatto uno specialista in tema di emigrazione, dal sud Italia e dall’Albania (dove un paio di italiani intraprendenti cercano di fare fortuna). “In nessun dolore” sceglie la favola – o la parabola, o il racconto morale. Protagonista Davide, un giovanotto che vende libri in una piazza romana – e non ha tempo né voglia di leggerne neppure uno. Glielo chiede Valeria Golino, che ogni tanto passa e dà un’occhiata, mostrando più familiarità con la lettura. Succederà qualcosa? chiede lo spettatore (senza molte speranze: per passare due ore con gente poco interessante non serve il cinema). Arriva il migrante – condizione duratura che mai diventa “immigrato”. Assieme a un bambino lacero con gli occhi grandi: lo vuole affidare al libraio perché se ne prenda cura. Il genitore si allontana, il figlio segue l’estraneo, lo osserva mentre mangia al ristorante. Un moto di fastidio, e succede la tragedia. Il piccolo viene travolto da un’automobile. Per espiare, il venditore di libri apre la casa a qualche straniero. Arrivano parenti e amici, decine e decine. “Espiazione” sarebbe stato un titolo più adatto. Alessandro Borghi ha la sindrome Tourette, i tic sono suoi.
DOV’È LA FIESTA?
di Niccolò Gentili, con Linda Caridi, Francesco Carril, Giorgio Tirabassi
Una
commedia amorosa nel traffico. Per un attimo par di rivedere l’israeliano “2 Night”, di Roi Werner. Due che si piacciono scappano da una festa – casa mia o casa tua? – e girano tutta la notte senza trovare parcheggio. “Ho paura che mi molli”, sentiamo dire qui all’inizio. Ma se non state neanche insieme? Fa notare l’amico. Leo va a casa di Irene per chiarire la relazione – siamo sotto Natale, Roma è più incasinata del solito, il parcheggio non era proprio regolare – e gli rubano la macchina. Addio serata fuori. Il progetto di chiarimento – che in concreto significa: “passiamo insieme le feste, oppure no?” – viene rimandato. La commedia di Niccolò Gentili è veloce, divertente, ben scritta, Linda Caridi è perfetta – lui non ha tanto l’aria del principe azzurro, ma vabbè. Bisogna ritrovare la macchina, o darla per persa. Per prima cosa serve una denuncia. Intanto hanno controllato i movimenti con un’app, “sta sulla Togliatti” (lungo stradone dove le macchine dovrebbero scorrere veloci, ma è tutta teoria). Irene è una giovane aspirante sceneggiatrice, per ora insegna a studenti distratti, o portatori di istanze woke, come il Bechdel Test: in un film ci devono essere due donne che parlano, e non solo di maschi. Spiega come funziona una commedia romantica. “Dov’è la Fiesta?” ha tutti i dettagli giusti, e l’ironia. “Respira nel sacchetto” consiglia qualcuno. L’ansioso esegue. Arriva la precisazione: “Togli la pizza, però”.





