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4 Ottobre 2026Settant’anni di “Urlo”: Anne Waldman racconta a Robinson Ginsberg, Kerouac e una poesia che parla ancora al presente
Nel numero di Robinson, il supplemento culturale di Repubblica, uscito oggi, Simona Orlando intervista Anne Waldman, ottantunenne poetessa e attivista americana che fu per decenni compagna di strada di Allen Ginsberg, tanto da essere definita la sua “moglie spirituale”. L’occasione è doppia: i settant’anni di “Urlo” e il centenario della nascita del poeta, celebrati da Craft Recordings con la ristampa in vinile della registrazione storica.
Tutto cominciò il 7 ottobre 1955 in un garage di San Francisco, la Six Gallery. Ginsberg, emozionato e un po’ alticcio, salì su una pedana improvvisata per leggere un testo mai ascoltato prima, mentre Jack Kerouac, che aveva fatto la colletta per il vino, scandiva il ritmo gridando “Go! Go! Go!” come in un club di jazz. Da quella sera nasce, per convenzione, la Beat Generation. Il libro uscì l’anno dopo e fu subito sequestrato; l’editore Lawrence Ferlinghetti finì sotto processo per oscenità e nel 1957 la sentenza di assoluzione, fondata sul Primo Emendamento, aprì la strada alla pubblicazione di opere fino ad allora censurate negli Stati Uniti. Una poesia aveva aperto una breccia giuridica oltre che estetica.
Waldman, che con Ginsberg fondò nel 1974 la scuola di poesia della Naropa University in Colorado intitolata a Kerouac, insiste su un punto: “Urlo” nasce per la voce prima che per la pagina, costruito sul respiro del bebop. E il ritratto che offre è quello di un uomo generoso e instancabile, che regalava per strada gli ortaggi della fattoria di Cherry Valley, una casa senza elettricità e piena di libri. C’è un’immagine che vale più di un saggio: in taxi Burroughs restava muto e quasi invisibile a guardare fuori, mentre Allen tempestava l’autista di domande su tutto. Poi venne la stagione della Rolling Thunder Revue con Bob Dylan, a metà degli anni Settanta, una carovana di musicisti e poeti che attraversava l’America come una comunità itinerante.
Ma l’intervista non è solo memoria. Alla domanda se quei versi risuonino ancora, Waldman risponde che sono accessibili e tristemente profetici. Il Moloch evocato da Ginsberg, la divinità divoratrice fatta di macchina, denaro e potere, non è scomparso: ha cambiato forma. Discriminazione, salute mentale, un capitalismo che lascia indietro i più fragili, la guerra, la sorveglianza. Per lei oggi è tutto peggio, perché quella generazione sapeva trasformare il disagio in comunità, protesta, viaggio, nuove forme di vita condivisa, mentre ora vede persone intorpidite, impermeabili, incapaci di lasciarsi colpire.
È qui che il ricordo diventa domanda rivolta a noi. La Beat Generation è stata a lungo ridotta a fenomeno di costume, un repertorio di strade, auto, jazz e ribellione. Rileggere “Urlo” oggi restituisce qualcosa di più serio: l’idea che la poesia possa dare voce a chi la società considera scarto, che follia e marginalità possano essere luoghi di verità, che corpo e sofferenza appartengano al discorso pubblico. Versi sacri, dice Waldman, non in senso confessionale ma perché restituivano dignità a ciò che era escluso.
C’è anche un filo italiano. La fotografia scelta da Robinson ritrae Ginsberg e Waldman a Roma nel 1980, sotto il portico di Santa Maria in Cosmedin, venuti per uno dei festival che in quegli anni radunavano migliaia di giovani ad ascoltare poesia all’aperto. Era un’Italia attraversata da tensioni enormi, ma ancora capace di riunirsi intorno alla parola detta ad alta voce. Forse è proprio questo che oggi manca: non i poeti, ma i luoghi in cui la poesia torna rito condiviso. Se il Moloch è ancora tra noi, la risposta non sta nelle ristampe, per quanto preziose, ma nel ritrovare quella disponibilità a lasciarsi colpire senza la quale nessuna parola, poetica o politica, può cambiare qualcosa.
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