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NUOVO CINEMA MANCUSO
Salvateci dai romance
Aiuto stanno arrivando. La carica dei romance, che già ha conquistato i supplementi letterari italiani, sta arrivando anche al cinema. E va considerata una piaga infestante: dove arrivano loro – per esempio nelle pagine di Tuttolibri, supplemento letterario della Stampa – ce ne andiamo noi. Non possiamo farci strada in una giungla di romanzi tutti uguali. E quasi tutti stupidi, difficile negarlo.
Un paio d’anni fa era uscito nei cinema “It ends with us – Siamo noi a dire basta”. Un film di Justin Baldoni con Blake Lively, tratto dal romanzo con lo stesso titolo di Colleen Hoover. Una storia edificante dove Blake Lively, lasciato il marito, incontra “il più figo che c’è” – incarnato per l’occasione da Justin Baldoni medesimo, in grande spolvero. Tutto va a meraviglia, lui è pure ricco. Fino a uno scatto d’ira del bellone che da quel momento in poi – dopo averla molto corteggiata – la tiene prigioniera. Quindi, ragazze: attente ai primi segnali e subito gambe in spalla. Inverosimile e finto come tutti i film educativi.
Di “Verity”, altro film tratto da Colleen Hoover appena uscito nei cinema, Richard Brody sul New Yorker scrive, già nel titolo, “Criminal waste of talent”. Un enorme spreco di talento. Si riferisce alle attrici Dakota Johnson e Anne Hathaway, che recitano nel film ma non riescono a renderlo guardabile. Neanche lontanamente. Neanche a scopo di ludibrio. Magari per farsi quattro risate, come capita con certi film riusciti male, ma così male da diventare memorabili.
Scrive Brody (critico con cui non siamo sempre d’accordo, gli piace il cinema serio, ma è implacabile quando smonta le banalità in abito di gala): il passaggio da “It ends with us” a “Verity”, che contiene una trama gialla, richiede una logica più stringente. Insomma, non parliamo di innamoramenti che funzionano a capriccio. Ma né lo sceneggiatore Nick Antosca né il regista Michael Showalter l’hanno capito.
Dakota Johnson, romanziera di poco successo, ha un appuntamento a New York. Mentre aspetta al semaforo, un fattorino in bici viene investito da una macchina. Un giovanotto la conduce in un bar vicino, nel trambusto si è macchiata di sangue e lui, cavaliere, la spoglia e l’aiuta a ripulirsi – con la sua camicia: ora dovrebbe essere sporco lui, ma la spettatrice non bada a queste cose. Lascia la scena del crimine, e si affretta in casa editrice. Dove ritrova il giovanotto, marito di una scrittrice famosa impossibilitata dopo un incidente a finire i propri libri.
Basta perché Dakota Johnson, oltre a scrivere i finali mancanti, finisca tra le braccia di Jeremy. Ma la scrittrice titolare Anne Hathaway ha nel cassetto un manoscritto. Un’autobiografia piena di torbidi segreti? Oppure il canovaccio per un romanzo? Sciogliete voi il dilemma, a noi manca il coraggio.
MIO ZIO JENS
di Brwa Vahabpour, con Peiman Azizpour, Hamza Agooshi, Sarah Francesca Braenne
Zio
Jens arriva di notte, sotto una pioggia battente. A casa del nipote Akam, un giovanotto che sta in Norvegia e insegna ai ragazzini di una scuola. “Sono davanti alla tua porta”, dice. “Ti ho chiamato un sacco di volte”, aggiunge a sua scusante. Appena si siedono a un tavolo, con i panni asciutti, arriva la domanda che ogni genitore, dopo un periodo di lontananza, rivolge al rampollo. “Perché sei così magro, non ti danno da mangiare?”. Inutile ribattere, bisogna solo chiedere di abbassare la voce: “Ho dei coinquilini”, spiega il giovanotto. E infatti si manifesta un giovanotto con i capelli lunghi ben oltre le spalle. Seguiranno altri piccoli attriti: i ripiani del frigo, zio Jens fuma. Quando esce, va in un locale di emigrati curdi come lui. Lì incontra compatrioti che hanno cercato di adattarsi, a Oslo hanno un lavoro e un po’ di soldi. Hussein per esempio, che in patria era un Peshmerga, combatteva per l’indipendenza del Kurdistan. Lo zio Jens –in realtà si chiama Khdr – non ha mai impugnato un fucile, ma è stato costretto a abbandonare figli e famiglia per salvarsi la vita. Dopo una vita di solitudine – o almeno così sembra – Akam conosce una norvegese biondissima, che gli fa anche un po’ di corte. Proteggere lo zio? Farsi una vita propria? Vivere come in Kurdistan? Oppure farsi corteggiare una fanciulla che – per i casi della vita e soprattutto della drammaturgia – di mestiere lavora all’ufficio immigrazione?
DIGGER
di Alejandro Gonzales Inarritu, con Tom Cruise, Sandra Hüller, John Goodman, Riz Ahmed
Da tanto Tom Cruise voleva lavorare con il regista messicano di “Amores Perros” e “Birdman”. Da così tanto che deve aver scordato “Revenant” – per noi, il film dove Leonardo DiCaprio dorme dentro la carcassa di un cavallo per non congelare – e pure “Bardo”, che alterna splendori di messa in scena a miserie di sceneggiatura. Va aggiunto che le pretese artistiche, ben mascherate in “Amores Perros” e miracolosamente pure in “Birdman” – dove il divertimento superava di parecchio la morale della favola – ora sono in bella vista. Tom Cruise ne ricava un travestimento e poco più. Capelli bianchi, protesi facciali, la panza e l’andatura da vecchio con gli stivali texani non fanno un film. Pure se l’inizio, e certe scene, sono strepitose al primo colpo d’occhio. Poi fanno inciampare il film che varie volte perde il filo della narrazione. Resta il cattivo Digger Rockwell – un Tom Cruise che tiene in ufficio la pala del nonno che aveva cominciato a fare fortuna. Dorme con una gatta piuttosto male in arnese, è decrepita e cercano di tenerla in vita artificialmente. Guai in vista: una fuoriuscita di metano, in una delle piattaforme di Digger, esplode portandosi via un pezzo di Groenlandia che ora naviga verso la popolosa Europa. E’ sicura catastrofe, umanitaria e economica. Bisogna avvertire il presidente degli Stati Uniti – un grande e memorabile, anche lui moribondo, John Goodman. Tirate le somme, il film è più curioso che riuscito.
LA CITTÀ DEI VIVIdi
Edoardo Gabbriellini, con Emanuele Maria Di Stefano, Gaia Merlonghi, Valerio Mastandrea
Chi
ha letto “La città dei vivi” di Nicola La gioia teme di ritrovare nel film certe scene cruente. Non c’è altro aggettivo, gli americani le descriverebbero come “graphic”. Niente paura, non ci sono. L’atroce delitto e prima ancora le torture che ebbero come vittima Luca Varani di anni 23 non vengono mostrate sullo schermo. Rimangono fuori campo nella loro ferocia. E casualità nella scelta della vittima, appartenente a una famiglia di giostrai. Il padre è Valerio Mastandrea, nel ruolo da cane bastonato che ormai gli si è appiccicato addosso – vedi anche, sempre dalla Mostra di Venezia e già nelle sale, l’infermiere all’obitorio che filosofeggia tra le salme nel film di Gianni Amelio “Nessun Dolore”. La scelta è sicuramente audace, il delitto è rimasto impresso nella memoria collettiva per le sue atrocità. Vincente, però: degli assassini sapevamo parecchio, molto meno della vittima. Figlio di un giostraio ambulante, molte scene inquadrano il giovanotto nel lavoro quotidiano: montare e smontare le attrazioni, organizzare la biglietteria. Poi c’è la fidanzata, e ci sono le partite a carte serali con i genitori. Il film ora non ha più bisogno del romanzo, si regge benissimo da solo, come una storia di periferia – le nuove periferie, non quelle che piacevano a Pier Paolo Pasolini. I fratelli D’Innocenzo hanno ritirato la firma, per divergenze artistiche con il regista. Nicola Lagioia invece ha molto apprezzato.
UN PO’ DI LUCE
di Ali Asgari. con Missagh Zare, Sadaf Asgari, Farouzan Jamshidnejad, Ramtin Daghigh
Il
cinema iraniano ci ha abituati a vicende minime su sfondi complicati. Fin dal primo regista comparso all’orizzonte, una delle imprese riuscite di Marco Müller. “Dov’è la casa de mio amico?” di Abbas Kiarostami racconta un quaderno di scuola rimasto per sbaglio nella cartella di un compagno, e il viaggio per riconsegnarlo evitando la punizione. “Il palloncino bianco” di Jafar Panahi racconta una bambina che esce per comprare un pesce rosso (in Iran è capodanno) e perde i soldi. Poi sono arrivate le storie più cupe, e un regista come Panahi deve girare i suoi film di nascosto, quando non dal carcere. L’anno scorso di Ali Asgari avevamo visto “Divine Comedy”, le proiezioni semiclandestine di un film censurato (il suo precedente: “Kafka a Teheran”, e per una volta kafkiano non era usato a sproposito). Ora vediamo un ambulatorio medico distrutto: il dottore ha perso il lavoro – ha curato le ferite di giovani manifestanti – e vuole suicidarsi. Come il protagonista di “Il sapore della ciliegia” di Abbas Kiarostami, anno 1997: aveva trovato il posto e scavato la fossa, cercava qualcuno che ricoprisse di terra il suo cadavere. Il nostro dottore ha famiglia, quindi vuole avvertire i familiari. A uno a uno, il tempo perché questo breve film metta in scena qualche colloquio, tragico nella sostanza ma “normale” nella forma. Seduti al tavolo, bevendo tè, parlando del più e del meno. Film ridotto ai minimi termini, eppure funziona.





