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5 Ottobre 2026Mattarella ad Assisi: nessuna colpa è più grave che uccidere in nome di Dio, mentre si torna a benedire le armi
Ottocento anni dopo la morte di Francesco, nel giorno tornato festa nazionale, il presidente della Repubblica ha parlato dalla loggia del Sacro Convento di Assisi con parole che vanno ben oltre la celebrazione. Ha ricordato che il santo è patrono d’Italia insieme a Caterina da Siena, e poi ha detto ciò che pochi capi di Stato oggi hanno il coraggio di dire: che terribili conflitti insanguinano tante parti del mondo, che da alcune parti si tornano a benedire le armi e a porre gli eserciti sotto insegne religiose, e che Francesco insegna che non c’è colpa maggiore di quella di uccidere altri uomini in nome di Dio.
Non è una frase di circostanza. Il riferimento al presente è esplicito, e non riguarda un solo fronte. Ci sono guerre in cui la religione è diventata bandiera, ci sono chiese nazionali che consacrano l’invasione, ci sono conflitti in cui l’appartenenza di fede viene usata per giustificare lo sterminio dell’altro. Mattarella non ha fatto nomi, ma non ne aveva bisogno. Ha richiamato l’episodio del 1219, quando Francesco, in piena crociata, attraversò le linee per andare a parlare con il sultano d’Egitto. Non per convertirlo con la spada, ma per riconoscerlo come figlio di Dio, e dunque come fratello. In quel gesto c’è un’idea della fede opposta a quella che oggi arma gli eserciti.
Il presidente ha indicato tre fondamenti che rendono attuale quella predicazione: la dignità di ogni persona, il rispetto del creato, la pace. E ha sottolineato che l’eredità di Francesco appartiene a tutti, credenti e non credenti, cristiani e fedeli di altre religioni. È il punto più politico del discorso. In un tempo in cui l’identità religiosa viene usata come confine, come strumento di esclusione e perfino come giustificazione della violenza, il capo dello Stato ha ricordato che la tradizione più profonda del nostro Paese va nella direzione opposta: verso l’universale, non verso la tribù.
Nella stessa giornata l’omelia del presidente della Conferenza episcopale ha parlato di una stagione in cui siamo tentati e sedotti dalla cultura della potenza, e ha detto che la guerra non è un destino. Due voci diverse, una laica e una religiosa, convergono sullo stesso giudizio. Non è un caso. È il segno che in Italia esiste ancora un linguaggio comune capace di nominare il male del tempo senza piegarsi alla logica del riarmo come unico orizzonte.
Qui sta il valore di quel discorso. Mentre in Europa il dibattito pubblico si concentra sulle spese militari, sulle minacce e sulle alleanze, qualcuno ricorda che la pace non è ingenuità ma una scelta politica e morale. Francesco non era un sognatore fuori dalla storia: viveva in un’epoca di guerre, di crociate, di città in lotta tra loro, e scelse un’altra strada. Proprio per questo la sua figura parla ancora.
Resta da chiedersi quanto queste parole riusciranno a incidere su una politica che sembra aver smarrito la capacità di immaginare il disarmo, il dialogo, la mediazione. Ma è già qualcosa che, nel cuore dell’Umbria, il presidente della Repubblica abbia dato voce a ciò che molti pensano e pochi dicono: che usare il nome di Dio per uccidere è la forma più alta di bestemmia, e che nessuna causa, per quanto sacra si proclami, può giustificarla.





