
Più occupati, salari più poveri: perché in Italia lavorare non basta più
6 Ottobre 2026
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6 Ottobre 2026Centomila famiglie sotto sfratto e case popolari vuote: l’Italia scopre di non avere una politica per la casa
C’è una contraddizione che nessuna statistica riesce più a nascondere. In Italia circa centomila nuclei familiari vivono con uno sfratto pendente. Quasi altrettanti alloggi di edilizia pubblica restano vuoti perché fatiscenti, in attesa di lavori che non arrivano. Sono due cifre che si guardano in faccia senza incontrarsi: da una parte chi la casa la perde, dall’altra case che nessuno abita perché nessuno le ha rimesse in condizione di essere abitate. In mezzo c’è un mercato che corre per conto suo. Nel primo semestre dell’anno i prezzi delle case sono saliti di oltre il quattro per cento e i canoni di quasi il tre, mentre le retribuzioni arretrano.
La crisi abitativa non riguarda più soltanto le grandi città o le periferie storiche del disagio. Investe le città d’arte svuotate dagli affitti brevi e le province dove il lavoro è povero. Colpisce famiglie monoreddito, anziani soli, giovani coppie. Cresce la quota di sfratti per morosità incolpevole: gente che pagava e a un certo punto non ce l’ha più fatta, schiacciata tra canone e bollette. Il piano da quasi un miliardo per recuperare le case popolari non avrebbe risolto il problema, ma avrebbe restituito una parte di quel patrimonio. È rimasto congelato, e le assegnazioni procedono col contagocce.
Il governo prepara le sue mosse in manovra: locazioni agevolate per le famiglie, limiti agli affitti brevi, una nuova cedolare per convincere i proprietari a rimettere sul mercato le case sfitte. Il Pd risponde che serve più edilizia pubblica. Entrambe le posizioni contengono una parte di verità e una parte di elusione. La leva fiscale da sola non costruisce né restituisce alloggi: sposta convenienze, e le convenienze vanno dove il rendimento è più alto, come si è visto con gli affitti turistici. L’edilizia pubblica, d’altra parte, è una promessa ripetuta da trent’anni senza che lo Stato abbia ricostruito gli strumenti per mantenerla. Gli enti gestori sono impoveriti, la manutenzione è abbandonata, le graduatorie durano un decennio.
Il sindaco di Napoli indica Scampia come modello esportabile e dice che la crisi va governata. Governare è la parola giusta, perché presuppone un soggetto pubblico che conosca il proprio patrimonio, lo recuperi e lo assegni. Deve anche saper distinguere la rendita da tutelare da quella che svuota i quartieri. La questione è prima di tutto urbanistica. Un centro storico in cui ogni appartamento diventa una camera d’albergo smette di essere una città. Un comune che non sa quante case vuote ha sul proprio territorio non può fare politica abitativa.
Si discute anche di accelerare gli sfratti, restituendo l’immobile al proprietario dopo poche mensilità non pagate. L’esigenza è comprensibile per il piccolo proprietario, spesso un pensionato che integra così il reddito. Ma servono alloggi ponte e un fondo per la morosità incolpevole che funzioni davvero. Senza un sistema di passaggio, la velocità diventa solo un modo di spostare il problema dal tribunale alla strada.
Il diritto alla casa sta scritto nelle norme e nelle sentenze. Ma un diritto senza un’amministrazione capace di renderlo concreto resta una frase. L’Italia si accorge oggi di ciò che altri paesi europei hanno capito prima, e la Spagna ne fa il cuore di una campagna elettorale: la casa è tornata la questione sociale per eccellenza. Decide se un giovane resta o se ne va, se un anziano invecchia nel proprio quartiere o ne viene espulso, se una città resta abitata o diventa scenografia.





