
Leonardo all’ex Beko di Siena: una buona notizia che ora deve diventare un progetto industriale
9 Ottobre 2026
𝐃𝐮𝐞 𝐝𝐢𝐩𝐢𝐧𝐭𝐢 𝐭𝐫𝐚 𝐂𝐢𝐧𝐪𝐮𝐞𝐜𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐞 𝐒𝐞𝐢𝐜𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐚𝐥𝐥’𝐞𝐱 𝐚𝐬𝐢𝐥𝐨 𝐁𝐚𝐫𝐳𝐞𝐥𝐥𝐨𝐭𝐭𝐢: 𝐢𝐥 𝐂𝐨𝐦𝐮𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐏𝐢𝐚𝐧𝐜𝐚𝐬𝐭𝐚𝐠𝐧𝐚𝐢𝐨 𝐚𝐯𝐯𝐢𝐚 𝐥𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐬𝐮𝐢 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢 𝐚𝐮𝐭𝐨𝐫𝐢: 𝐑𝐨𝐧𝐜𝐚𝐥𝐥𝐢 𝐞 𝐆𝐞𝐧𝐧𝐚𝐫𝐢
9 Ottobre 2026Aree interne: la ricchezza prodotta nei territori deve restare lì e diventare investimento
di Pierluigi Piccini
Quando le aree interne parlano di sé, di solito fanno un elenco di ciò che manca: il treno, il medico, la scuola, la strada. Sono mancanze vere. Ma l’elenco nasconde il problema principale. Non mancano soltanto alcuni pezzi: manca un sistema che li tenga insieme. Per questo anni di interventi separati, un bando per la scuola, uno per le strade, uno per il turismo, non hanno fermato lo spopolamento. Una casa ristrutturata resta vuota se non c’è lavoro. Un’impresa non arriva se i lavoratori non trovano casa. Un servizio chiude se non ci sono abbastanza abitanti.
C’è poi una questione di cui si parla poco. Le aree interne ricevono molte risorse pubbliche: pensioni, sanità, scuola. Spesso ricevono più di quanto versano in tasse. È la solidarietà nazionale ed è giusto difenderla. Ma esiste anche un flusso in direzione opposta, che nessuno conta: la ricchezza prodotta dalle risorse naturali. Energia, acqua, boschi, paesaggio generano valore qui, ma quel valore in gran parte se ne va altrove. Sono due cose diverse. I trasferimenti pubblici servono a garantire i diritti di tutti i cittadini. La ricchezza delle risorse naturali, invece, nasce da beni che appartengono a questi territori. Le aree interne non sono soltanto territori assistiti: sono anche territori che producono.
Da qui il principio: una parte importante della ricchezza prodotta dalle risorse naturali deve restare nei territori dove nasce. Non al posto della solidarietà nazionale, ma insieme a essa.
Attenzione, però. Trattenere ricchezza non basta. L’Amiata lo dimostra. Da decenni una parte del valore della geotermia resta sul territorio, con i contributi ai Comuni e il teleriscaldamento. Eppure la popolazione ha continuato a diminuire. Il motivo è che quelle risorse sono state usate soprattutto per la spesa di tutti i giorni o per interventi slegati tra loro. La lezione è semplice: la ricchezza che resta deve essere investita per costruire un sistema, non spesa per tamponare.
Che cosa vuol dire costruire un sistema? Vuol dire far lavorare insieme energia, lavoro, case, servizi. L’energia è il punto di partenza, ma da sola non basta: la geotermia crea pochi posti di lavoro diretti. Serve se abbassa i costi per le imprese, se scalda le case e i centri storici, se rende conveniente aprire attività che danno lavoro. L’obiettivo è tenere insieme lavoro e abitare: case dove c’è lavoro, lavoro dove ci sono case.
Vale lo stesso per le opere pubbliche. Rifare una pavimentazione insieme a tutte le reti sotterranee, dal teleriscaldamento ai servizi, dà a un centro storico la struttura di un luogo moderno. Ma un’opera non porta da sola nuovi abitanti. Va progettata insieme a chi la userà, altrimenti resta un lavoro ben fatto e poco utilizzato.
Poi c’è la cultura, che spesso viene trattata come un ornamento, qualcosa da finanziare quando avanza qualcosa. È un errore. La cultura fa parte del sistema quanto l’energia e le case. Un paese con un teatro attivo, mostre, musica, scuole aperte alla comunità è un luogo dove si sceglie di vivere, non solo di passare. La cultura crea lavoro, dà identità, attira persone e imprese. E soprattutto dà a chi resta la sensazione di vivere in un luogo vivo, non in un luogo che aspetta di finire.
Anche il clima va guardato con attenzione. Le estati più calde rendono la collina e la montagna più attraenti. Ma portano anche siccità, incendi, meno acqua. Il clima diventa un vantaggio solo se il territorio sa gestire le proprie risorse, a partire dall’acqua. Altrimenti porta solo seconde case e turismo di pochi mesi.
Bisogna anche dire con onestà qual è l’obiettivo. Alcune cause dello spopolamento non dipendono dai territori: nascono meno bambini, i giovani vanno in città a studiare, molti cercano la vita delle città. Non si tratta di tornare agli abitanti di cinquant’anni fa. Si tratta di permettere a chi vuole restare di farlo, e a chi vuole arrivare di trovare le condizioni per farlo.
Per questo ogni progetto deve dire prima che risultati vuole ottenere e in quanto tempo: quanti residenti in età da lavoro, quante imprese, quante case di nuovo abitate, quanti giovani che restano. E allo Stato bisogna chiedere strumenti chiari: regole che lascino sul territorio una parte della ricchezza delle risorse naturali, con l’obbligo di investirla; fondi stabili per progetti integrati invece dei bandi in concorrenza; personale tecnico nei Comuni, perché senza chi progetta nessun sistema può nascere.
A chi pensa che alcuni territori siano ormai perduti non si risponde con la protesta e neppure chiedendo nuovi risarcimenti. Si risponde dimostrando, con risultati misurabili, che la ricchezza prodotta in questi luoghi, se resta e viene investita bene, può creare futuro. Solo così restare non è più una resistenza, ma una scelta.





