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18 Ottobre 2026La Fondazione Mps apre all’Opas di Intesa: Siena ha cinque giorni per trasformare una resa in una trattativa

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La Fondazione Mps apre all’Opas di Intesa: Siena ha cinque giorni per trasformare una resa in una trattativa
di Pierluigi Piccini
Lo 0,2 per cento non decide nulla. È questo il dato da cui bisogna partire per capire perché la nota di Palazzo Sansedoni abbia prodotto in città un terremoto tanto sproporzionato rispetto al peso azionario che la Fondazione conserva nella banca. Quando il presidente Riccardo Coppini annuncia di voler portare alla Deputazione amministratrice del 23 ottobre una valutazione positiva sull’offerta di Intesa Sanpaolo, non sposta l’esito dell’assemblea del 29. Sposta qualcosa di più profondo: il luogo in cui Siena ha sempre immaginato di custodire il proprio rapporto con il Monte. Se perfino l’ente nato dalla banca ritiene ragionevole l’adesione, allora la difesa dell’identità senese smette di essere una posizione condivisa e diventa una delle opinioni in campo.
La reazione di Comune e Provincia è stata immediata e formalmente corretta. Nicoletta Fabio e Agnese Carletti riconoscono l’autonomia della Fondazione, chiedono a Coppini di spiegare le ragioni della scelta, ribadiscono le priorità di sempre: integrità, radicamento, direzione generale a Siena, livelli occupazionali. Tutto giusto. Ma c’è un cortocircuito che nessuno nomina. Gli enti che oggi chiedono spiegazioni sono gli stessi che hanno designato i vertici della Fondazione. Se il presidente da loro scelto arriva a una conclusione opposta alla loro, il problema non è soltanto suo. È il segno che in questi mesi è mancato un luogo comune di analisi, un tavolo in cui istituzioni e Fondazione leggessero insieme le carte e costruissero una linea prima che ciascuno si trovasse a difendere la propria da solo. L’autonomia della Fondazione è un principio di legge; l’isolamento, invece, è una scelta politica, e l’hanno fatta in molti.
Nel frattempo la città si divide in un coro di indignazioni. Si parla di tradimento, di pugnalata, di fulmine a ciel sereno, si chiedono dimissioni. Si ricorda che a Luigi Lovaglio è stato appena consegnato il Mangia d’oro e che ora resta in trincea, smentendo le voci di un passo indietro. Il presidente della Regione tace e dice che non si pronuncerà finché non avrà approfondito. È comprensibile la rabbia, ma la rabbia non è una strategia. Il rischio concreto è che Siena arrivi al 29 ottobre avendo consumato tutte le energie nella denuncia e nessuna nella richiesta.
Perché le richieste da fare esistono, e hanno una sede precisa. Intesa ha già messo per iscritto, nel comunicato del 3 ottobre, un capitolo dedicato a Siena: un polo tecnologico legato all’università, una sede secondaria di strutture centrali, una direzione commerciale per la Toscana. Lo schema dell’operazione prevede che il Monte venga diviso, con circa 625 filiali destinate a Intesa e circa 635 a Unipol, insieme al marchio e alle strutture centrali. Sono impegni vaghi, senza numeri né date, e in buona parte riferiti a un terzo soggetto che non li ha sottoscritti. Ma proprio per questo sono il terreno su cui si può ancora lavorare. Il Documento di Offerta è ancora all’esame della Consob: è lì che le promesse possono diventare obblighi.
Ecco allora il senso dei prossimi cinque giorni. Se la Fondazione intende davvero orientarsi verso l’adesione, il suo voto non deve essere un assenso gratuito, ma una moneta di scambio. Comune, Provincia e Regione dovrebbero convocare subito Palazzo Sansedoni e presentarsi con un elenco scritto: quanti addetti restano a Siena, quali funzioni, in quali tempi, quale presidio per il credito alle piccole imprese, quale destino per Rocca Salimbeni, quale impegno firmato da Unipol per la parte che le spetta. E pretendere che quell’elenco venga sottoposto agli offerenti prima della Deputazione del 23, con un meccanismo di verifiche periodiche e un accordo formale con gli enti del territorio.
Non è questione di schierarsi con Intesa o con chi difende il Monte. È serietà amministrativa. Una città che per trent’anni ha governato la propria banca attraverso le istituzioni non può accettare di subirne la fine attraverso un comunicato. Può però ancora decidere come arrivarci: con un elenco di garanzie scritte oppure con un elenco di risentimenti. Nel primo caso resterà qualcosa da difendere. Nel secondo, a Siena resterà soltanto il nome.





