
Se Intesa ha dato garanzie a Coppini, le metta per iscritto davanti a Siena
22 Ottobre 2026
di Pierluigi Piccini
C’è un momento in cui una comunità deve fermarsi e distinguere. Sulla morte di David Rossi, in questi giorni, tutto si è confuso: perizie e indiscrezioni, ipotesi e accuse, il lavoro delle istituzioni e la logica dello spettacolo. Credo che oggi serva una parola che non appartenga a nessuna parte, se non a quella della città e della verità.
Prima i fatti. Per due volte la magistratura ha archiviato il caso come suicidio. In seguito una commissione parlamentare, sulla base di nuove consulenze tecniche, ha escluso quella conclusione con un voto unanime della relazione intermedia. È un passaggio rilevante, frutto di un lavoro scientifico che i familiari hanno riconosciuto e che, come ogni perizia, resta verificabile. Su questo terreno la ricerca della verità ha fatto un passo avanti.
Poi le ipotesi, che sono un’altra cosa. I nomi resi pubblici nei giorni scorsi poggiano, per ammissione della stessa commissione, su colloqui con detenuti: racconti, non accertamenti tecnici, e come tali ancora tutti da riscontrare. Nessun giudice si è pronunciato, e le persone chiamate in causa respingono ogni addebito: hanno diritto a essere considerate estranee finché un giudice non dica altro. Questo non significa liquidare quanto è emerso come fango. Ipotesi così gravi meritano verifiche rapide e serie, proprio perché sono gravi. Ma confonderle con responsabilità accertate non avvicina la verità: la allontana, perché espone tutto il lavoro solido al rischio di essere travolto insieme alla pista più fragile.
Il disordine di questi giorni nasce dal fatto che ognuno ha fatto il mestiere di un altro. Si è chiesto alla televisione di anticipare ciò che dovrebbe uscire da una commissione, e a una commissione di pronunciare ciò che solo un tribunale può stabilire. La politica, invece di parlare nelle sue sedi, ha preferito i corridoi o ha usato la tragedia contro l’avversario. Chi ha amministrato sa quanto sia forte la tentazione di dare subito una risposta a una città che la reclama. Sa anche che una risposta data troppo presto si paga due volte: con l’ingiustizia verso chi viene nominato senza riscontri, e con il discredito che ricade sulla verità quando arriverà. Le istituzioni reggono quando ciascuna resta al proprio posto e lascia all’altra il tempo che le serve.
So bene quanto, in questa vicenda, la fiducia nella giustizia sia stata messa alla prova. Due archiviazioni, poi messe in discussione dalle nuove perizie, non si dimenticano. Proprio per questo quella fiducia oggi non va sprecata in una scorciatoia mediatica: va pretesa, sorvegliata, messa in condizione di lavorare fino in fondo. Servono urgenza nelle verifiche e prudenza nelle conclusioni: l’una non contraddice l’altra, ne è la condizione.
Resta la città. Siena porta da tredici anni il peso di questa morte, intrecciata a una crisi che ha cambiato il suo destino. Non ha bisogno di un nuovo processo celebrato in pubblico, né di nuove fazioni costruite attorno a una tragedia. Ha bisogno di sapere, e di poter credere a ciò che saprà. Una verità che non regge davanti a un tribunale non chiude le ferite, ne apre di nuove.
Alla famiglia di David si deve rispetto prima di ogni altra cosa. Chiede giustizia, non spettacolo, e l’attesa di tredici anni non è un invito alla pazienza ma un obbligo per chi ha il potere di agire. Le istituzioni e la politica possono onorarlo in un solo modo: rinunciare al clamore e lavorare con serietà, finché non si arrivi a una verità che regga.





