Un Medio Oriente senza illusioni
20 Gennaio 2026
Una fusione che presenta il conto
20 Gennaio 2026Editoriale
Interessi e timori sul dopo-Khamenei
La brutalità della repressione attuata dal sistema di potere iraniano contro le proteste popolari e il minacciato – e per ora non attuato – attacco militare punitivo statunitense hanno rilanciato in Occidente la riflessione sulla possibilità di un cambio di regime a Teheran, con la caduta dell’impopolare e indebolita Repubblica islamica. Come spesso accade, tuttavia, noi occidentali tendiamo a interpretare il mondo secondo i nostri criteri e le nostre percezioni, fatto che ci porta spesso a non comprendere le complessità locali.
Si è detto, giustamente, che le monarchie arabe del Golfo – per non parlare della Turchia e di altri attori regionali – erano contrarie a un bombardamento statunitense, temendo tanto la rappresaglia missilistica iraniana sui loro Paesi, quanto le conseguenze imprevedibili di tale azione. Perché, a differenza di un Presidente Trump pericolosamente avviluppato nella sua spirale di egolatria e sempre più imprevedibile, le élite regionali hanno presente le molte sfaccettature della crisi del regime di Teheran. Lo stesso Israele – sempre pronto a usare la sua iper-forza militare – è sembrato più prudente di quanto le dichiarazioni del premier Netanyahu facessero immaginare: gli israeliani giustamente ritengono che un bombardamento non porterebbe alla caduta della Repubblica islamica e sanno bene i costi di una nuova ritorsione missilistica iraniana sullo Stato ebraico, tanto più che molte delle riserve dei costosi missili antimissili sono state utilizzate nella guerra del giugno scorso.
Ma sono le dinamiche e i timori lungo la sponda araba del Golfo che vanno meglio compresi. Innanzitutto, vi è una crescente divaricazione fra Emirati Arabi Uniti (EAU) e Arabia Saudita. Oltre alle rivalità storiche regionali, è chiaro che mentre gli EAU sono legatissimi alle loro alleanze con Israele e gli Stati Uniti, non avendo un’opinione pubblica a cui rendere conto, Riad deve fare i conti con l’irritazione della propria popolazione dinanzi ai massacri di civili palestinesi compiuti dal governo Netanyahu in questi ultimi due anni. L’irrazionale, erratica politica di Trump rende poi la casa reale saudita incerta sul reale sostegno Usa. Da qui la scelta di una politica di sicurezza più autonoma, evidenziata dall’accordo di difesa strategica del settembre scorso con il Pakistan (l’unico stato nucleare islamico), che potrebbe allargarsi ora alla Turchia. Sarebbe un salto di livello – non solo militare – per questo nuovo asse di sicurezza, che in qualche modo incapsulerebbe l’Iran e, allo stesso tempo, rende meno desiderabile un cambio di regime in quel Paese.
E questo non solo per i timori di instabilità, come si pensa in Occidente: le cose sono sempre più sfaccettate nei deserti del Medio Oriente. Se fa paura un Iran instabile e disgregato, neppure piace l’idea che in quel Paese possa nascere un sistema liberale che dia pari dignità a tutte le componenti politiche, etniche e religiose. Perché un Iran democratico che rispetta e offra autonomia ai curdi o agli arabi sunniti, metterebbe in difficoltà tanto Ankara, che non ha mai risolto veramente la questione curda, quanto Riad, che ha al suo interno una forte minoranza sciita, marginalizzata e discriminata. Infine, oltre poi a porre il problema della libertà politica in questi Paesi, un “nuovo Iran” sarebbe un enorme catalizzatore degli investimenti internazionali, a scapito della scommessa saudita di attrarre risorse per sostenere il costoso piano di modernizzazione “Vision 2030”.
E i timori di un cambio di flussi finanziari si avvertono anche dentro gli EAU: se per Abu Dhabi – che è il centro politico – il tema non è particolarmente significativo, per Dubai lo è: questo emirato prospera anche grazie ai miliardi di dollari iraniani che lì sono stati spostati e operano spesso in modo opaco. La caduta del sistema di potere teocratico renderebbe inutili le triangolazioni sulla piazza di Dubai, con un danno finanziario notevole.
Ecco quindi che una Repubblica islamica azzoppata, indebolita, incapace di minacciare i vicini come in passato e, allo stesso tempo, isolata a livello politico e finanziario, sembra preferibile sia a un nuovo buco nero geopolitico che produrrebbe caos e instabilità ma, ancor più, a un Iran fiorito quale sistema liberale, guidato da una società civile matura come quella iraniana, che attrarrebbe investimenti e sarebbe un esempio “pericoloso” per gli altri Paesi della regione, che con le libertà politiche e il rispetto delle minoranze hanno da sempre rapporti complicati.


