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30 Gennaio 2026L’attivista Nasrin Sotoudeh
di Greta Privitera
Nasrin Sotoudeh risponde dalla sua casa di Teheran, a dieci minuti a piedi dal carcere di Evin. La famosa avvocata e attivista iraniana che nella vita ha fatto fuori e dentro da quella prigione per difendere i diritti delle donne e delle minoranze, non ha paura di parlare. Non ha mai avuto paura.
Come sta?
«Come dopo un massacro gigantesco, in cui tutti piangiamo un morto. Il figlio di un’amica, un parente, una sorella. Ho 62 anni e ho visto cose terribili in Iran: ma mai niente di simile».
Ha protestato anche lei?
«Le prime sere sì. Eravamo migliaia per le strade. Ma vista la brutalità degli attacchi non me la sono più sentita».
Come è la situazione oggi?
«Le manifestazioni sono state sedate con la repressione. Quai tutte. Internet va a singhiozzo».
Lei è sempre stata contraria a interventi esterni, e diceva che il popolo iraniano avrebbe rovesciato il regime da solo. Che cosa pensa di una possibile azione di Donald Trump?
«Nel diritto internazionale esiste l’intervento umanitario. Se un governo viola in modo così evidente i diritti umani, per solidarietà, e poiché le questioni umanitarie sono interconnesse, altri Paesi possono intervenire: è successo in Ruanda. Ma se questo intervento è fatto da un solo Paese non rispetterebbe il diritto internazionale. Certo è che siamo davanti a un dato di fatto: la società iraniana non può opporsi da sola a questo governo».
Quindi le sembra inevitabile?
«Gli interventi umanitari non sfociano necessariamente in raid militari. Esistono strumenti tecnologici. Per esempio, quando il governo iraniano ha tagliato Internet e lasciato 92 milioni di persone al buio, perché la comunità internazionale non ci ha collegato alla rete globale? Penso che se Trump volesse fare un attacco militare dovrebbe almeno cercare il supporto di altri Paesi».
Pensa che il regime stia per cadere? Ha paura di una guerra civile?
«Ci troviamo chiaramente di fronte a un cambio di regime. Sappiamo che in ogni caduta c’è il rischio di guerra civile: anch’io, come molti altri iraniani, temo lo scoppio di un conflitto. Il governo degli ayatollah ci ha privato del diritto alla vita: con le esecuzioni, con l’aria inquinata, con l’acqua contaminata, con un’inflazione senza limiti e con la violenza».
Teme ci saranno esecuzioni?
«Ci sono decine di migliaia di feriti, di persone in carcere senza nessuna colpa che rischiano di finire impiccati, qui è prassi. Non fate sì che non si parli più di noi».
Ha paura per sé?
«Abbiamo un modo di dire in Iran. Diciamo che la civiltà porta con sé la paura, una persona civile ha paura perché può prevedere razionalmente cosa le può accadere. E io so cosa può succedermi. Un arresto, un’espulsione, ma ho più paura di questo livello di normalizzazione della criminalità. La cosa peggiore che potrebbe accadere è che nessuno pagherà per questo massacro».
Come immagina la fine della dittatura?
«In tutti questi anni abbiamo cercato di ottenere risultati senza armi.Mi auguro un trasferimento di potere pacifico che richiede una sorta di cooperazione: il regime indebolito dovrebbe accettare di passare il governo a un gruppo scelto tramite referendum».
Suo marito, l’attivista Reza Khandan, è ancora detenuto a Evin?
«Sì. Da quattro mesi, Reza ogni giorno fa un sit-in di cinque ore davanti al reparto 7. Protesta contro il divieto di visita per chi non indossa l’hijab. Vado al carcere di Evin ogni settimana per vederlo, ma le guardie me lo impediscono perché non indosso il velo. Naturalmente, vado in prigione a testa scoperta, non accetto le regole ingiuste della Repubblica islamica».





