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Un’alleanza fragile alla prova dei fatti: New York tra primarie democratiche, sicurezza e simboli di governo
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L’Africa che si muove oggi sotto la superficie delle cronache è un continente attraversato da una stessa linea di frattura: la sicurezza come architrave del potere politico, spesso prima – e più – della democrazia. Dall’Atlantico al Sahel, dal Golfo di Guinea al Mediterraneo, la stabilità è diventata la parola-chiave con cui si giustificano decisioni, alleanze e repressioni.
In Costa d’Avorio, il presidente Alassane Ouattara ha scelto di confermare ai vertici militari generali che avrebbero dovuto lasciare il servizio. Un gesto che parla chiaro: la fedeltà conta più del ricambio, l’esperienza più delle regole, la sicurezza più di ogni possibile frizione istituzionale. In un’Africa occidentale segnata da colpi di Stato, insurrezioni jihadiste e rivalità regionali, il controllo dell’apparato militare è percepito come una condizione di sopravvivenza politica.
Questa logica produce inevitabilmente attriti esterni. Le relazioni tra Abidjan e Mali si sono inasprite fino allo scontro giudiziario e simbolico, trasformando le parole in atti e le dichiarazioni politiche in materia penale. Il conflitto non è solo diplomatico: riflette due modelli opposti di legittimazione del potere, entrambi fragili, entrambi armati.
Più a est, nella Repubblica Centrafricana, la notte resta un tempo politico. Arresti improvvisi, pressioni sugli apparati di sicurezza legati all’opposizione, uso selettivo della forza: segnali di uno Stato che continua a temere se stesso e a trattare il dissenso come minaccia esistenziale. Ancora una volta, la sicurezza sostituisce il confronto.
Nel Togo settentrionale la situazione è diversa solo in apparenza. La calma è fragile, intermittente, continuamente messa alla prova dalle infiltrazioni armate provenienti dal Burkina Faso. Le frontiere non sono più linee, ma zone porose in cui lo Stato arretra e la paura avanza lentamente verso sud, coinvolgendo territori che fino a pochi anni fa si pensavano al riparo.
Su questo sfondo, il Mediterraneo diventa uno spazio di negoziazione asimmetrica. Italia, Algeria, Tunisia e Libia discutono di migrazioni, ma il nodo resta sempre lo stesso: contenere gli effetti senza affrontarne le cause. Instabilità politica, economie bloccate, militarizzazione del potere continuano a produrre mobilità forzata, mentre le risposte restano tecniche e difensive.
È in questo contesto che risuonano le parole di Achille Mbembe, quando mette in discussione l’idea stessa di “crisi della democrazia” in Africa. La provocazione è brutale ma efficace: ciò che manca non è una democrazia in difficoltà, bensì una forma di potere realmente fondata sul consenso, sulla responsabilità e sul limite.
L’Africa di oggi non è immobile né muta. È un continente che sperimenta, spesso nel modo più duro, un equilibrio instabile tra forza e legittimità. La sicurezza, elevata a principio assoluto, garantisce l’ordine nel breve periodo, ma continua a rinviare la domanda decisiva: non come governare senza caos, ma come governare senza paura.





