Il Medio Oriente sospeso: Iran, Libano e il tempo delle decisioni mancate
12 Gennaio 2026Germania, uno sguardo sul mondo che si incrina
12 Gennaio 2026C’è un tratto comune che attraversa molte vicende africane di queste settimane: non l’immobilità, ma una sospensione prolungata, fatta di decisioni rinviate, compromessi tattici e soluzioni parziali. Dalla sicurezza alla politica, dall’energia alla sanità, il continente appare attraversato da tensioni reali che non esplodono, ma si accumulano, rendendo il quadro più fragile proprio mentre sembra reggere.
Il tema della sicurezza resta il punto di partenza obbligato. In diversi Paesi dell’Africa occidentale la minaccia jihadista che risale dal Sahel si intreccia con instabilità interne agli apparati statali. I tentativi di colpo di mano militare, anche quando falliscono, producono effetti duraturi: rafforzano la centralità delle forze armate, legittimano un controllo più stretto dello spazio pubblico e riducono ulteriormente i margini della mediazione politica. La sicurezza diventa così non solo una risposta a un pericolo reale, ma un linguaggio del potere, usato per ridefinire alleanze, priorità e rapporti con la società.
Accanto alle armi, il cibo racconta un’altra forma di conflitto, meno visibile ma altrettanto decisiva. Le filiere alimentari tradizionali, spesso fondate sul lavoro femminile, sono ormai attraversate da interessi economici rilevanti. Piatti popolari, prodotti quotidiani, mercati locali diventano luoghi di concentrazione del valore, dove il sapere diffuso rischia di essere assorbito da logiche industriali e finanziarie. La questione sociale passa anche da qui: da chi controlla la ricchezza generata dal lavoro invisibile e da come questa ricchezza viene redistribuita.
Il nodo energetico amplifica ulteriormente le contraddizioni. L’Africa si trova stretta tra pressioni esterne per una transizione rapida e la necessità interna di utilizzare le proprie risorse per crescere. Petrolio e gas restano centrali per molte economie, non solo come fonte di entrate, ma come leva geopolitica. La richiesta che emerge con forza è quella di una transizione non punitiva, capace di tenere insieme sviluppo, sostenibilità e giustizia sociale. Senza questa mediazione, la transizione rischia di trasformarsi in una nuova forma di dipendenza.
Sul piano politico, le scadenze elettorali non rappresentano più automaticamente un fattore di stabilizzazione. In diversi contesti il voto si carica di tensioni accumulate: opposizioni riorganizzate, leadership storiche che tentano il ritorno, istituzioni accusate di essere sbilanciate a favore dell’esecutivo. Le elezioni ridisegnano il potere, ma raramente ricostruiscono fiducia. Il risultato è una democrazia formale che fatica a tradursi in legittimazione sostanziale.
A questo si aggiunge la crisi dei sistemi sanitari, che la pandemia ha solo reso più evidente. La sanità a due velocità – pubblica e fragile per molti, privata e accessibile per pochi – è diventata un indicatore sensibile delle diseguaglianze. Le nuove generazioni, più istruite e più connesse, mostrano una crescente intolleranza verso inefficienza, corruzione e promesse mancate. Le proteste, quando emergono, nascono spesso da qui: dal corpo, dalla cura, dalla vita quotidiana.
Infine, resta il tema della memoria e del racconto del passato. La storia continua a essere uno strumento politico potente: selezionata, semplificata, talvolta piegata a legittimare il presente. Ma questa operazione incontra sempre più resistenze in società pluraliste, dove il controllo della narrazione non è più esclusivo. Il conflitto sulla storia diventa così parte del conflitto sul futuro.
Nel loro insieme, questi elementi compongono l’immagine di un continente in bilico, attraversato da trasformazioni profonde ma prive di una direzione condivisa. L’Africa non è ferma, ma trattenuta in una zona grigia, dove le crisi non deflagrano e le soluzioni non arrivano. È in questo spazio intermedio che si gioca una partita decisiva: continuare a gestire l’emergenza o assumersi finalmente il costo politico delle scelte strutturali. Il rinvio, come spesso accade, rischia di essere la decisione più onerosa di tutte.


