
El espíritu de la hierbabuena
4 Gennaio 2026
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4 Gennaio 2026Scrittori inglesi Lo spaesamento di quattro personaggi – due coppie inglesi degli anni Sessanta – si materializza negli agenti atmosferici che gravano su di loro, in un Sussex ostile e inquietante: «La terra d’inverno», NN
L’irruzione dell’esterno sotto forma di anomalie provenienti dal passato, di stati alterati di coscienza, ma anche di turbamenti atmosferici, che isolano gli individui e rendono spettrale il paesaggio, è alla base del romanzo di Andrew Miller, La terra d’inverno, (traduzione Ada Arduini, NNE, pp. 395, € 20,00), in cui quattro personaggi con inadeguata conoscenza di sé, in bilico tra un passato traumatico e un futuro destabilizzante, si muovono in uno spazio rurale cui non appartengono, e i cui contorni sono dapprima cancellati dal biancore latteo della nebbia, poi occultati da una spessa coltre di neve. Tutto, in questo intreccio rimanda al weird di cui parla Mark Fisher nel suo ultimo lavoro – The Weird and the eerie: lo strano e l’inquietante nel mondo contemporaneo – ovvero quel qualcosa al di là della percezione e dell’esperienza comune che, apparendo «fuori posto» tra gli elementi familiari, genera disorientamento. Lo stesso Miller, in coda al romanzo, ringrazia la sua agente per avergli consigliato di mantenere il weird nel suo lavoro, che diventa nella traduzione italiana «elemento di stranezza», perdendo qualcosa del suo significato originario.
Tutt’altro che un romanzo strano, tuttavia, La terra d’inverno racconta una vicenda apparentemente ordinaria, percorsa dall’inizio alla fine da tracce di perturbante, che minacciano di vanificare le categorie generalmente utilizzate per dare un senso al mondo. Protagoniste, due giovani coppie che nell’inverno tra il 1962 e il 1963 (il più freddo del Novecento in Inghilterra) vivono nella campagna del Sussex: in un cottage moderno e ben riscaldato abita Irene, una borghese benestante che frequenta i circoli letterari londinesi, sposata a Eric, medico condotto e figlio di un ferroviere, che si è trasferito in campagna per ovviare al senso di inferiorità ispiratogli dalla ricca famiglia della moglie; poco lontano, in una fattoria piuttosto male in arnese, vivono Bill, un ex-studente di Oxford che si è improvvisato contadino per lasciarsi alle spalle i dubbi guadagni del padre – ricco immigrato che ha cercato di cancellare ogni traccia delle sue origini – e Rita, estroversa ragazza della working class che ha un passato di ballerina (e forse non solo) in un locale notturno.
Entrambe le coppie attraversano un periodo di crisi: Eric, che ormai non riesce più a comunicare con Irene, ha un’amante più snob e borghese di sua moglie; Rita, ossessionata da segreti nascosti nel suo passato, in momenti di particolare tensione sente delle voci che la fanno dubitare della propria sanità mentale.
Sono i primi anni Sessanta, la memoria ossessiva della seconda guerra mondiale è tangibile non solo nelle città ancora in via di ricostruzione, ma anche nei traumi di chi l’ha vissuta e li trasmette alle generazioni più giovani. Il dicembre del 1962, in particolare, viene scelto da Miller per aprire il romanzo in quanto soglia temporale: sono gli ultimi giorni della vecchia Inghilterra; l’anno successivo, con le ripercussioni dello scandalo Profumo e, soprattutto, l’irruzione dei Beatles nel panorama culturale inglese, il Regno Unito inizierà a trasformarsi in maniera irreversibile.
Irene, Eric, Bill e Rita si trovano, dunque, nell’in between, tra «la leggenda di un paese che non si era ancora stancato di narrare la propria epica» e un futuro ignoto, sepolto sotto un muro di neve. L’ottima traduzione riesce a rendere, nelle complesse sfumature del linguaggio di Miller, l’intimità che sa creare con i suoi personaggi, favorendo l’empatia di chi legge, e delegando a una prosa fluida e delicata la corrente di inquietudine che attraversa la quotidianità e ne costituisce il fascino spaventoso.
Le due donne, che aspettano entrambe un bambino, stringono un’improbabile amicizia, mentre i mariti non nascondono di provare l’uno per l’altro una profonda antipatia. Proprio quando la neve, caduta per giorni ininterrottamente, ha isolato la campagna, Irene scopre il tradimento di Eric, e gli eventi precipitano, in un susseguirsi di circostanze disorientanti, fino alla conclusione, imprevedibile e alquanto weird.
A distinguere La terra d’inverno dalla tipica narrazione borghese centrata su matrimonio, adulterio e scompensi di classe, così da farne un lavoro unico nel suo genere, è proprio questa vena di weirdness che attraversa tutto il romanzo, avvolgendolo – come scrive la traduttrice Ada Arduini – in una «aleggiante inquietudine».
A ogni mutazione atmosferica, nel paesaggio si fa più intensa quella «spettralità» che la controcultura antipastorale ha identificato nella natura inglese (basterebbe riguardare le inquietanti nuvole di Tacita Dean o le foto di Ingrid Pollard, secondo la quale «una visita in campagna è sempre accompagnata da una sensazione di disagio, di terrore»). Tanto nel territorio avvolto nella nebbia quanto nella campagna coperta dalla neve non c’è traccia di pittoresco, mentre è forte un senso di minaccia, insieme all’idea di assenza e di confusione, in un silenzio che allude alla incomunicabilità tra gli individui.
Allo stesso modo, negli interni si ritrovano oggetti o animali forieri di presagi nefasti: appesa alla parete della stanza da letto di Irene e Eric, la riproduzione di uno dei dipinti più misteriosi dell’arte europea, il ritratto dei coniugi Arnolfini di van Eyck, un quadro in cui «c’era qualcosa che lasciava senza fiato, una pausa che durava da centinaia d’anni, una domanda, un’attesa… un enigma». La donna incinta che vi è raffigurata, lo guardo sfuggente, una mano sul ventre gonfio e l’altra stretta «morbidamente ma…con una sicurezza simbolica» dal marito, rimandano Irene alla sua posizione in un matrimonio che sta ormai andando alla deriva; mentre nella esistenza di Rita, il weird entra attraverso le voci che turbinano nella sua mente, ma anche trasportato dagli alieni di cui legge nei suoi libri di fantascienza. Mentre irrompe nel familiare, l’esterno rompe il tessuto dell’esperienza e porta alla luce traumi irrisolti: è l’inverno del Grande Gelo e al tempo stesso – come lo stesso Miller ha spiegato – «the edge of now», il confine del presente.





