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30 Novembre 2025
La fotografia di strada che incontra la società
30 Novembre 2025Romain Descendre e Jean-Claude Zancarini insegnano a Lione e dedicano una biografia al pensatore che ha trovato un pubblico ovunque: «La destra lo usurpa. La sua lezione più attuale è il primato della critica, contro il dogmatismo»
di stefano montefiori
Il «mondo grande e terribile» della Prima guerra mondiale, della rivoluzione d’ottobre 1917 e della vittoria del fascismo dopo la marcia su Roma, visto attraverso la vita e le opere di Antonio Gramsci. I due studiosi francesi Romain Descendre e Jean-Claude Zancarini animano, da una dozzina d’anni, un seminario sui Quaderni del carcere di Gramsci presso l’École normale supérieure di Lione. Nel libro L’opera-vita di Antonio Gramsci, uscito ora in Italia per Einaudi, scrivono una biografia dell’uomo che è anche la storia del suo pensiero e dei decenni tragici che hanno preceduto la Seconda guerra mondiale.
«L’edizione italiana del saggio, tradotto benissimo da Giulio Azzolini, comprende una parte sul giovane Gramsci in Sardegna che non è presente nell’originale francese», dice Jean-Claude Zancarini. Il corso alla Normale di Lione e il libro che ne è scaturito prendono le mosse dalle richieste degli studenti, «che venivano a chiederci di questo autore che scriveva in inglese e si chiamava Gramsci. Abbiamo pensato allora di raccontare la vita e lo sviluppo delle teorie di un pensatore che aveva un grande ruolo in Europa, al di là del suo successo in inglese in India. Abbiamo cercato di ricostruire i rapporti, anche difficili, che ha avuto con il comunismo internazionale e il suo stesso partito, e anche la vita personale».
Quale evento della vita personale di Gramsci ha avuto più influenza sulla sua vita intellettuale? «Direi l’esperienza che Gramsci ha fatto a Torino del “biennio rosso”, quel periodo di lotte operaie dopo la Prima guerra mondiale, nel 1919 e 1920 — dice Romain Descendre —. Poi, venire a contatto con certi dirigenti russi spiega anche in parte perché, ancora prima di essere arrestato nell’ottobre 1926, si senta capace di scrivere a Mosca “state sbagliando, la direzione che state prendendo, non tanto sulle scelte ideologico-politiche ma sui modi di fare e continuare la rivoluzione, non va bene”. Quello è fondamentale anche per le cose che vengono scritte anni dopo in carcere».
Un Gramsci autonomo, marxista certo ma libero, fondatore di quella tradizione di progressiva indipendenza che caratterizzerà la via italiana al comunismo fino a Enrico Berlinguer. È ragionevole fare risalire a lui questo atteggiamento? «Avere nella propria tradizione intellettuale uno come Gramsci certo fa comodo e aiuta a prendere le distanze, quando diventa necessario e improrogabile. Certo ce ne è voluto di tempo…», dice Jean-Claude Zancarini. «Nel 1953 c’è la morte di Stalin, nel 1956 l’Ungheria, e nessuno batte ciglio. Solo negli anni Sessanta, un po’ prima della morte di Togliatti, si comincia a riflettere se possa esistere un comunismo con una specificità italiana e europea, e poi Berlinguer riprenderà quel percorso. Ma prima sono stati tolti i libri di Trotsky dalla biblioteca dell’Istituto Gramsci, perché “non vorremo mica fare propaganda a quel traditore…”».
L’apporto di Gramsci può essere stato quindi strumentalizzato, a posteriori, per accreditare una versione del comunismo italiano più originale e soprattutto più libera di quanto non lo sia stato in realtà. «Ma il fatto che Gramsci possa essere stato usato così non impedisce che sia vero che ci sia stata una specificità, un’autonomia, le due cose non si escludono. E di questa autonomia lo stesso Gramsci era consapevole, cioè era conscio della necessità di pensare il comunismo senza costruire un’ortodossia che fosse immediatamente usufruibile».
Al di là dell’uso politico passato di quell’esperienza, l’interesse per Antonio Gramsci è sempre molto elevato, un po’ per le vicende biografiche e la morte in carcere, naturalmente, un po’ per il suo contributo teorico. Qual è l’attualità di Gramsci, oggi? «In un certo momento, come dicevo all’inizio, l’influenza di Gramsci è stata grande in lingua inglese — dice Zancarini — e l’hanno adoperato molti marxisti indiani per capire qualcosa della loro storia. Serviva Gramsci perché non si poteva più fare riferimento, almeno in modo così naturale, a Stalin, a Mao Zedong… Quindi andava bene un comunista marxista, sì, ma che parlava di gruppi sociali accanto alle classi sociali, di subalterni più che di proletariato. Cambiando il vocabolario, ma anche il modo di riflettere del marxismo, Gramsci ha avuto molta influenza presso chi non poteva più servirsi del Libretto rosso di Mao o dei testi di Stalin. Per questo Gramsci è stato molto letto anche in tutta l’America latina, perché si rimaneva in famiglia, nell’alveo comunista, ma in modo diverso da quell’ortodossia».
«Il grande contributo di Gramsci, che ne fa anche la sua attualità, è che l’atteggiamento deve essere sempre critico e mai dogmatico», aggiunge Romain Descendre. «Il marxismo come pezzo fondamentale di una critica radicale ma sempre autocritica, e autocritica vera, non autocritica sovietica. Il secondo punto, ma i due sono legati tra loro, il primo più teorico, il secondo più politico, è l’antisettarismo, è il pensare all’unità, sempre. Pensare all’unità della sinistra, perché se non ci si preoccupa dell’unità della sinistra nella difesa delle classi subalterne e nella proposta di un movimento progressista, alla fine c’è sempre la sconfitta».
L’altra grande attualità di Gramsci è, paradossalmente e suo malgrado, a destra. In Francia, in particolare, Gramsci è citato di continuo, da qualche anno, a proposito dell’uso che ne ha fatto l’estrema destra del Rassemblement national. Quando i suoi rappresentanti, Marine Le Pen in primis, si vantano di avere vinto «la battaglia delle idee» e di avere lottato con successo contro la sinistra per «l’egemonia culturale», lo fanno citando esplicitamente Antonio Gramsci e la rubrica La battaglia delle idee nell’«Ordine nuovo» di Gramsci e poi nella«Rinascita» di Togliatti. «Ma è una tradizione che affonda le sue radici nel neofascismo italiano del dopoguerra, nel circolo intorno a Pino Rauti e poi alla nouvelle droite del francese Alain de Benoist — dice Zancarini —. Una confusione alimentata dal fatto che Rauti chiamò Ordine nuovo la sua fazione. E poi a un certo punto citare Gramsci a destra è stato un modo per darsi un tono, cercare una rispettabilità intellettuale che si faticava a conquistare. L’attenzione della destra per Gramsci è arrivata fino all’Eliseo con Patrick Buisson, a lungo consigliere politico di Nicolas Sarkozy, emerso dai ranghi dell’estrema destra. Ma ben pochi di quelli che si sono riempiti la bocca con Gramsci in realtà lo hanno letto davvero».
La «battaglia delle idee» e la lotta per l’egemonia culturale, in particolare per combattere quella presunta di sinistra, in questo momento è molto viva in Francia, dove molti media in particolare appartenenti alla galassia Bolloré cercano — con qualche successo — di porre al centro del dibattito politico i temi identitari e la tutela delle tradizioni nazionali contro «l’invasione migratoria». «Ma controllare le coscienze è un concetto gesuitico, non gramsciano — dice Descendre —. Si torna all’idea che per conquistarsi una qualche legittimità si usurpa e si impoveriscono fondamentalmente il pensiero e la figura di Gramsci. A venire usata è l’idea di unione, stavolta non della sinistra, ma della destra: sanno bene che solo un’unità della destra e dell’estrema destra riuscirà a conquistare il potere e a realizzare il loro programma autoritario. Ma in questo modo si tradisce il vero contributo di Antonio Gramsci».





