
David Rossi, tredici anni di buio. Ora si parla di omicidio
3 Marzo 2026
Wedding planner all’ex convento Luogo esclusivo per celebrare il «sì»
3 Marzo 2026di Paolo Neri
Regolamentare le manifestazioni di piazza limita la libertà? Fa correre rischi alla democrazia? Smorziamo, per un attimo, i toni in stile “mozione degli affetti” e proviamo a verificare scientificamente la seguente ipotesi.
Premesso che agli umani premono soprattutto due cose: la libertà e la sicurezza, tuttavia, quando sono obbligati a scegliere, i più sacrificano la libertà. I libertari totali sono, quindi, una minoranza che cala al crescere della domanda di sicurezza: reale o presunta. Aumentare perciò l’insicurezza diffusa è la consueta strategia degli aspiranti tiranni. Perciò, un minimo di limitazioni alle libertà individuali non è necessariamente un attentato alla democrazia. La quale si vive, si sostiene e si difende in molti modi: non esclusivamente con manifestazioni di piazza. Queste solleticano essenzialmente il narcisismo frustrato di chi spasima per la propria visibilità. Basta osservare la soddisfazione di quelli che sono riusciti ad accaparrarsi il compito di reggere lo striscione d’inizio-corteo. Anche gli slogan dei cartelli hanno le stesse origini: offrono ai manifestanti con inclinazioni artistiche una ghiotta occasione per mostrare attitudini grafiche sotto forma di beffarda ironia. Alcuni, in pieno delirio carnevalesco, si mettono addirittura in maschera.
I violenti, invece, la maschera se la mettono, non per festeggiare, ma per delinquere.
Quando le manifestazioni di piazza degenerano in scontri violenti con le Forze dell’Ordine, nascono due narrazioni: una di Destra e l’altra di Sinistra. Entrambe iniziano con una ferma condanna della violenza in generale. (Ci mancherebbe altro…). Pagato il tributo alla banalità, c’è subito qualcuno che si chiede: “chi sono i veri responsabili dei disordini?” In fondo – dicono – “quello era un corteo pacifico: c’erano perfino bambini in carrozzina, vegliardi dal passato glorioso, sigle sindacali ecc.. Intendevano solo manifestare il loro dissenso a qualche birbonata del Governo, oppure difendere la democrazia e altri valori collettivi”. Mentre la Destra vede teppisti infiltrati, da isolare e punire severamente, la Sinistra (particolarmente quella estrema) esalta “i nuovi partigiani” che difendono la Costituzione dagli attacchi delle “forze oscure della reazione in agguato”.
“Forse – dicono – avranno un po’ esagerato, ma – come si sa – il fine giustifica i mezzi…via!”.
In realtà, in piazza, oltre a polizia e manifestanti, ci sono anche altre presenze. Oltre a manifestanti che partecipano in buona fede e pacificamente con la Polizia che li osserva, ci sono gli estremisti. I quali, al momento giusto si trasformano in guerriglieri. E’pacifico che, se i guerriglieri affrontano in campo aperto una forza regolare, vanno incontro, mancando di armi pesanti (cannoni, carri armati), a inevitabili sconfitte. Sono, perciò, obbligati a contare sulla sorpresa dell’agguato e su un sicuro rifugio, in cui ritirarsi e mimetizzarsi al termine di un’azione. Questo può essere il saldo consenso di una popolazione o la vicinanza di un ambiente naturale: ad esempio, una boscaglia.
Mancando in una piazza l’uno e l’altra, manipolano i pacifici manifestanti, trasformandoli in una massa di ‘utili idioti’, come Lenin definì chi faceva – senza rendersene conto – il gioco dei “rivoluzionari”. Tuttavia, gli ‘idioti’per essere davvero ‘utili’, devono essere pilotati.
Da chi? Dai ‘guasta-cervelli’, che proclameranno la legittimità della manifestazione, le sue elevate e indiscutibili finalità, la difesa della democrazia e della libertà, ecc..
Reggerà, questa ipotesi di lavoro, alla prova di una serrata, razionale confutazione?
Ho quasi ottantanove anni, ho vissuto gli ‘anni di piombo’ e ricordo ancora molto bene ‘la strategia della tensione’. I miei vissuti ricordi, spiegano bene le contraddizioni che alimentano inconcludenti dibattiti televisivi Purtroppo, la recente scoperta di ordigni per attentati ai treni segnala il passaggio degli innocui dibattiti a un livello di rischio superiore, confermando che l’incubo del terrorismo fa nuovamente capolino nel nostro Paese. Sorge subito una domanda: chi paga? Infatti, il terrorismo costa molto, e non può essere sostenuto con sottoscrizioni tra simpatizzanti. Può operare solo col sostegno di uno Stato straniero. Il Divo Giulio lo capì, quando, dando un po’ di spago al palestinese Arafat, spense quasi di colpo il terrorismo di quegli anni, che non sarà opportuno dimenticare.
Le mie osservazioni alla nota di Paolo Neri:
Manifestare non è un capriccio: qualche risposta a un articolo sulla piazza
di Pierluigi Piccini
Negli ultimi giorni è circolato un articolo che mette in guardia dai rischi delle manifestazioni di piazza. Il ragionamento è semplice: le persone, di fronte alla scelta tra libertà e sicurezza, tendono a preferire la sicurezza; nelle piazze si infiltrano gruppi violenti che manipolano i manifestanti; e il terrorismo, come negli anni di piombo, sarebbe sempre sostenuto da potenze straniere.
È un discorso che merita di essere discusso, ma proprio per questo vale la pena analizzarlo con attenzione.
Il primo punto riguarda il rapporto tra libertà e sicurezza. È vero: nella storia delle società moderne esiste sempre una tensione tra queste due esigenze. Quando cresce la percezione del pericolo, molti cittadini accettano limitazioni delle libertà. Ma da qui a concludere che restringere il diritto di manifestare non rappresenti un problema per la democrazia il passo è lungo. La libertà di riunione e di protesta non è un dettaglio del sistema democratico: è uno dei suoi pilastri. Senza la possibilità di scendere in piazza non avremmo avuto molte delle conquiste civili e sociali che oggi consideriamo normali.
Il secondo argomento dell’articolo riguarda la natura delle manifestazioni. I cortei vengono descritti come luoghi di narcisismo e di esibizione personale: persone che vogliono reggere lo striscione o mostrare la propria creatività sui cartelli. È una rappresentazione caricaturale. Chi ha frequentato davvero le piazze sa che dentro una manifestazione convivono motivazioni diverse: protesta politica, partecipazione civile, senso di comunità, talvolta anche semplice curiosità. Ridurre tutto a una forma di esibizionismo significa non voler capire perché, in certe fasi storiche, migliaia di persone decidano di scendere in strada.
Un altro passaggio riguarda la violenza. È indubbio che in alcune manifestazioni si infiltrino gruppi organizzati pronti allo scontro. È accaduto molte volte nella storia recente. Ma da questo dato non discende che le piazze siano per natura luoghi di manipolazione o che i manifestanti pacifici siano “utili idioti”. Al contrario, nella maggior parte dei casi le manifestazioni si svolgono senza incidenti e rappresentano uno spazio di espressione politica fondamentale.
Il punto più discutibile dell’articolo arriva nella parte finale, quando si parla di terrorismo. L’idea che il terrorismo possa esistere soltanto grazie al sostegno di uno Stato straniero è una semplificazione che la ricerca storica non conferma. I fenomeni terroristici nascono da dinamiche molto più complesse: radicalizzazione politica, contesti sociali conflittuali, organizzazioni clandestine, talvolta anche reti internazionali. Ridurre tutto a un finanziamento esterno rischia di oscurare proprio ciò che dovrebbe essere compreso.
C’è poi un aspetto generazionale che attraversa il testo. Chi ha vissuto gli anni di piombo tende spesso a guardare alle manifestazioni con una certa diffidenza. È una reazione comprensibile: quegli anni hanno lasciato ferite profonde nella storia italiana. Ma il rischio è quello di leggere il presente con categorie che appartengono a un’altra stagione.
La democrazia non si difende eliminando il conflitto. Si difende rendendo il conflitto visibile, regolato e pacifico. Le piazze, quando restano dentro questo perimetro, non sono un pericolo: sono una delle forme attraverso cui una società discute se stessa.
Il problema vero non sono le manifestazioni.
Il problema nasce quando una società smette di avere luoghi in cui il dissenso può esprimersi apertamente. Perché quando la protesta non trova spazio alla luce del sole, tende a spostarsi altrove — e allora sì che diventa più difficile da governare.





