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28 Settembre 2026Benzina e gasolio, il governo calmiera i prezzi attraverso le compagnie: dopo Eni e Ip la trattativa con il Kuwait per Q8
Da oggi nelle stazioni Eni la benzina non può superare 1,99 euro al litro e il gasolio 2,19. Il tetto vale trenta giorni, prorogabili fino a fine anno, e porta i prezzi circa diciassette centesimi sotto la media. Il tempismo non è casuale: arriva mentre si dimezza lo sconto su accise e Iva sul gasolio, sceso a circa sei centesimi fino al 5 ottobre. In quarantotto ore si è allineata Ip, controllata dalla compagnia di Stato azera, e ora il governo punta a Q8, di proprietà kuwaitiana, che copre il tredici per cento della rete: la trattativa passa per canali diplomatici con il Golfo.
Dietro la scelta di Eni c’è una moral suasion che nessuno smentisce. La formula è ingegnosa: invece di rinunciare a gettito, il governo chiede a un’impresa di cui lo Stato detiene circa un terzo di rinunciare a margini, per un costo stimato in un centinaio di milioni al mese. Per l’automobilista il risparmio è concreto, qualche euro a pieno.
Sotto l’apparente buon senso si aprono però questioni serie. La prima è la concorrenza: gestori e piccoli petrolieri denunciano una distorsione del mercato e valutano un ricorso all’Antitrust. Chi non ha le spalle di un colosso integrato non può vendere sotto costo per mesi, e rischia di perdere clienti proprio nelle aree interne, dove ai grandi marchi non conviene essere presenti. La seconda è istituzionale: una misura di politica economica, che dovrebbe passare per il bilancio e il Parlamento, viene affidata ad accordi informali tra Palazzo Chigi, Baku e Kuwait City, con rivendicazioni di paternità immediate e contropartite tutte da verificare.
La terza questione è strutturale. La stessa Eni attribuisce i rincari alla scarsità di prodotti raffinati, aggravata dalla crisi nel Golfo e dalla contrazione della capacità di raffinazione europea. Nessun tetto risolve questo nodo, tanto che i ministri competenti hanno convocato per l’8 ottobre le raffinerie nazionali per capire se si possa produrre di più. Un Paese che ha lasciato chiudere impianti senza una strategia si ritrova esposto a ogni oscillazione dello Stretto di Hormuz.
Il malcontento intanto si allarga: autotrasportatori pronti allo sciopero, tassisti in difficoltà, trattori di nuovo sulle strade contro il caro gasolio. Il price cap può raffreddare il clima per qualche settimana, ma difficilmente reggerà a una crisi dalle radici lontane. Il rischio è una politica energetica fatta di telefonate agli amministratori delegati, mentre le scelte di lungo periodo restano rinviate.





