
Tutti vogliono l’Amiata Oltre undicimila euro di imposte di soggiorno
7 Novembre 2026Botteghe Oscure diventa un hotel, i ragazzi finiscono sotto accusa: una settimana di cultura che parla del tempo lungo che abbiamo smarrito
C’è una settimana, quella appena passata, in cui notizie lontane fra loro sembrano rispondersi come voci di una stessa conversazione. La più vistosa arriva da Roma: il palazzo di via delle Botteghe Oscure 4, per quasi mezzo secolo la casa del Partito comunista italiano, ha riaperto alla fine di ottobre come albergo di lusso. Si chiama Thompson Rome, marchio del gruppo americano Hyatt, ha una settantina di camere, ristoranti di tendenza e una terrazza panoramica al settimo piano. Dove Berlinguer aveva il suo ufficio c’è una suite, e i giornali si sono divertiti a fare i conti: qualche centinaio di euro per la stanza che fu di Togliatti, cifre ben più alte per le camere migliori. La vendita era nota da anni, legata al risanamento dei debiti lasciati dal partito, ma vedere l’insegna sulla facciata è un’altra cosa. Nella notte qualcuno ha appeso uno striscione davanti all’ingresso: il vostro profitto non cancella la nostra storia. Anonimo, come le statue parlanti di Roma.
Sarebbe facile fermarsi alla malinconia, o peggio all’ironia di chi, a destra, ha scritto che la sinistra si è venduta anche l’anima. Ma la questione è più seria e riguarda tutti. Quel palazzo era un luogo in cui la politica si pensava come costruzione di lungo periodo: le scuole di partito, le riunioni che finivano all’alba, la fatica di tenere insieme operai, intellettuali e contadini dentro un’idea di Paese. Oggi lo stesso spazio si offre a una notte, a un aperitivo, a una vista sul Vittoriano. Non è il lusso in sé a ferire, è il passaggio da un tempo collettivo e disteso a un tempo individuale e consumabile. Un luogo che custodiva una durata diventa un luogo che vende un istante. E chi ha fatto l’amministratore sa che una città si misura proprio da questo: da quanti suoi spazi riescono ancora a parlare al futuro invece di affittarsi al presente.
Quella stessa mancanza di tempo lungo la ritroviamo, rovesciata, nel modo in cui guardiamo i più giovani. Su Doppiozero si è tornati a ragionare degli adolescenti trattati come imputati: ragazzi osservati, sorvegliati, raccontati attraverso le parole della cronaca nera, baby gang, coltelli, risse. Eppure le ricerche dicono che questa generazione è più ansiosa che violenta, e che è l’inquietudine degli adulti a trasformare episodi eccezionali nel ritratto di un’intera età. Una società che ha smesso di immaginare il proprio domani finisce per avere paura di chi quel domani lo abiterà. L’adolescente diventa il contenitore delle nostre ansie, il capro espiatorio di problemi strutturali che gli abbiamo lasciato in eredità: precarietà, città senza luoghi d’incontro, scuole che faticano a essere comunità. Lo processiamo perché non sappiamo più accompagnarlo.
E intanto, dall’altra parte dell’Adriatico, i giovani una piazza se la sono presa. A Tirana, da settimane, studenti e ragazzi scendono in strada contro la corruzione e le condizioni delle università, fino agli scontri con la polizia. Il governo parla di mani straniere, come sempre fanno i poteri quando non vogliono ascoltare. Il titolo scelto da Dinamopress, che gioca sul vecchio slogan degli italiani che lo fanno meglio, ha il sapore di una provocazione amara: gli albanesi, oggi, sembrano saper fare meglio di noi una cosa che avevamo insegnato al mondo, cioè trasformare il malcontento in parola pubblica, in conflitto politico. Il Paese che per anni abbiamo guardato dall’alto, e che oggi ospita i centri per migranti voluti dal nostro governo, ci restituisce l’immagine di una giovinezza che non si rassegna a essere solo sorvegliata.
Che cosa tiene insieme queste storie? Forse una domanda sulla forma del tempo. Ed è qui che la musica offre una chiave inattesa. Su Music Paper si sostiene che le grandi sinfonie romantiche, dall’ultimo Schubert a Bruckner, vadano ascoltate come romanzi: forme lunghe, che chiedono pazienza, che costruiscono personaggi tematici, li fanno crescere, li perdono e li ritrovano dopo lunghe digressioni. Quelle durate che a un orecchio abituato ai tre minuti di una canzone sembrano eccessive sono invece il modo in cui la musica dà spessore all’esperienza. Ascoltare una sinfonia così è un esercizio civile prima ancora che estetico: significa accettare che il senso non arrivi subito, che vada atteso, preparato, conquistato. Esattamente ciò che manca a una politica ridotta a reazione quotidiana e a un’educazione che pretende risultati immediati dai ragazzi.
Anche la poesia di Ursula K. Le Guin, che il Giornale ricorda in questi giorni, va in questa direzione. La conosciamo per i mondi di Terramare e per le società immaginate dei suoi romanzi, ma per tutta la vita ha scritto versi, e proprio lì si capisce da dove nasceva la sua capacità di inventare. Il fantastico, per lei, non era evasione: era il modo di guardare la realtà da un’altra parte, di mostrare che le cose potrebbero essere diversamente. Nelle sue poesie la natura, la vecchiaia, il lavoro quotidiano, le piccole cose hanno lo stesso peso dei grandi miti. È un’immaginazione che non fugge dal mondo ma lo allarga, e che rifiuta l’idea che l’esistente sia l’unico possibile. Di questa immaginazione avrebbero bisogno le nostre città quando decidono che cosa fare dei loro palazzi storici, e le nostre istituzioni quando decidono come guardare ai propri figli.
Infine Materadio, la festa di Radio3 a Matera, che con le sue registrazioni chiude idealmente il cerchio. Ascanio Celestini porta l’asino e il bue del presepe di san Francesco nel parcheggio di un supermercato: nell’anno in cui si ricordano gli ottocento anni dalla morte del santo, le due bestie che a Greccio scaldarono il primo presepe finiscono nel luogo più anonimo del nostro paesaggio, tra carrelli e auto in sosta. È la stessa operazione, in fondo, che la storia ha compiuto a Botteghe Oscure, ma vista dal basso: il sacro, o comunque ciò che aveva un significato condiviso, spostato dentro lo spazio del consumo. Celestini però non si limita al lamento, lo racconta, e raccontandolo lo restituisce alla comunità che ascolta. Accanto a lui la conversazione fra Nicola Lagioia e Alessandro Vanoli, uno scrittore e uno storico che da anni lavorano sul rapporto tra narrazione e memoria, e il concerto di Carmen Consoli, introdotto dal monologo di Francesca Ritrovato, voce di un Sud che continua a cantare la propria identità senza folklore.
Ecco allora il filo. Un palazzo che smette di essere casa comune, ragazzi che smettono di essere futuro e diventano problema, una piazza straniera che ci ricorda quello che sapevamo fare, una musica e una poesia che ci insegnano di nuovo la pazienza delle forme lunghe, un festival che rimette l’ascolto al centro. Non è una settimana di notizie sparse: è il ritratto di un Paese che ha perso il senso della durata e che, qua e là, nei teatri, nelle radio, nei versi, prova ancora a ritrovarlo. La cultura serve a questo, a tenere aperta la possibilità che le cose abbiano un seguito. Lo striscione anonimo di via delle Botteghe Oscure ha ragione a metà: il profitto non cancella la storia, ma la storia non si difende da sola. Bisogna continuare a scriverla.





