Milano 1970. Due signore ridono sguaiatamente su un divano al party di inaugurazione del negozio d’arredamento di Willy Rizzo e Nucci Valsecchi. Tre tute stese ad asciugare all’esterno di una casa di ringhiera in via Correggio. Il corteo studentesco che irrompe in Galleria Vittorio Emanuele mentre ogni partecipante si tiene sottobraccio al proprio vicino.
Ogni fotografia di Carla Cerati appare come uno sguardo gettato sul mondo, uno sguardo sorpreso e insieme affamato, sempre desideroso di sapere e di partecipare, d’avvicinarsi quasi sino a toccare ciò che ritrae, restandone pur tuttavia distante. Negli scatti di Carla c’è una soffusa malinconia, quasi un’amarezza, come se l’incontro con l’altro – operaio, casalinga, donna borghese, studentessa, intellettuale, artista, danzatrice, scrittore – sia per lei ogni volta difficile, complesso e problematico.
La fotografa non smette mai d’indagare la realtà, e di chiedersi: ma qual è il mio posto nel mondo? Forse proprio questo divario, questa distanza, che la macchina fotografia di suo necessariamente tende a ridurre, è lo stigma che rende le immagini di Carla Cerati qualcosa di originale nel paesaggio della fotografia italiana del dopoguerra. Molti dei bellissimi scatti esposti a Palazzo Reale a Milano, in una mostra che ripercorre in modo serrato ed elegante la carriera della fotografa nata a Bergamo, sebbene siano legati a un tempo inevitabilmente trascorso sembrano appena usciti dalla camera oscura, dalle bacinelle del liquido di sviluppo, anche se non si fatica a datarli. Hanno la stessa evidenza dello sguardo dell’autoritratto in bianco di Carla, posto sulla copertina del catalogo dell’esposizione: l’espressione sospesa, la testa appoggiata al pugno chiuso, il taglio Vergottini, la mano sinistra che circonda l’obiettivo della Nikon, l’occhio di vetro della macchina che ci osserva senza imbarazzo.
Sia questo autoritratto che le fotografie esposte nella mostra, provenienti da epoche ed esperienze diverse di un lavoro iniziato verso la fine dei 50 e continuato per oltre quarant’anni, ci offrono un profilo intimo della città dove
Carla Cerati ha vissuto Milano, una metropoli “che non ha mai saputo cosa sia la nostalgia”, come scrive Giovanna Calvenzi nel testo in catalogo, «non conosce la nostalgia ma conosce i cantieri». Quello che ci propone la rassegna Carla Cerati. Plurale femminile. Fotografia e scrittura 1926-2016 (a cura di G. Calvenzi, E. Ceratti e M. Cerretelli, edito da Cluster-A) è il cantiere dell’autrice, che contiene la politica e la classe media, i romanzieri e i designer, il teatro e i paesaggi, i nudi femminili e gli alienati dei manicomi, un cantiere continuamente chiuso e riaperto inseguendo quel presente-futuro che è stata Milano, città dove Carla s’è trovata a vivere in uno dei trentenni più vorticosi e frenetici della storia italiana del secolo scorso.
Il primo cantiere Carla lo apre a teatro, luogo dove debutta nel mondo professionale della fotografia nel 1960, con la macchina fotografica che la strappa alla professione di madre e di sarta e la rende libera. Insieme calca un altro palcoscenico, quello delle vie popolari e dei cortili delle case attorno a lei, per spostarsi nel 1968 sul proscenio pubblico delle strade attraversate dalle manifestazioni studentesche e quelle femministe.
Ma per contemplare il mondo s’affaccia anche alla Libreria Einaudi frequentata da giornalisti, redattrici, grafiche, studiosi e scrittori. Quindi, bazzica il teatro semiprivato delle feste borghesi di Mondo Cocktail, sino a delineare il proprio spazio, quello privatissimo dei nudi di donna, in una ricerca di verità per sé, ma anche per gli altri, tutti da ritrarre ovunque si trovino, senza raggiungere con questo un punto d’approdo definitivo. Pur praticando un mestiere che l’ha resa autonoma economicamente e intellettualmente, Cerati aspira a qualcosa che la macchina fotografica non riesce a darle del tutto. Eppure, molti dei ritratti che scatta sono formidabili: Italo Calvino che si nasconde dietro una imposta semichiusa, Elio Vittorini meditabondo in ascolto, Roland Barthes dandistico che fuma il sigaro, Lea Vergine giovane donna fatale, Enzo Mari imprigionato in un rotolo di cartone, Ettore Sottsass già allora perplesso e annoiato, solo per nominarne alcuni. In questa immediatezza e velocità degli scatti permane però qualcosa d’irrisolto, quel distanziamento che però non si rapprende nonostante tutto in un giudizio positivo o negativo su qualcuno o qualcosa: lei vuole prima di tutto vedere. Proprio perché insoddisfatta di sé, Carla Cerati non smette mai di guardare gli altri, sino a che, per seguire il proprio karma, nel 1973 passa alla scrittura, dove prova a trovare il sé che ha inseguito nel mondo attorno. Da Un amore fraterno a Legami molto stretti e oltre, sono più d’una decina i suoi romanzi: uno spazio parallelo a quello della fotografia, dove può veramente cercare qualcosa d’attinente a sé, qualcosa di personale che l’immagine, nonostante i molti riconoscimenti ottenuti e la sua passione insopprimibile per la fotografia, alla fine non le ha ancora dato. Scrivere e scattare restano due universi che non si congiungono, per quanto convergenti, ma solo laggiù, all’infinito, in uno spazio che certo esiste, eppure è immaginario. Guardando le foto appese alle pareti delle sale di Palazzo Reale non si può non riconoscere come e perché una donna, che ha lottato per la propria autonomia e affermazione in quanto persona, sia davvero unica e singolare, e insieme sorprendente.







