
Il mondo sull’orlo: potenze, proteste e propaganda nell’era della frattura globale
16 Gennaio 2026
«Quel silenzio inquieto del mio Venezuela nell’apparente normalità»
16 Gennaio 2026ovecento Il carteggio curato da Matilde Manara per Quodlibet. Diversi per indole e retroterra ma legatissimi, ecco cosa si scrivevano
Due poeti, quarant’anni di lettere, stima e qualche scaramuccia. Anche in versi
di Marzio Breda
Uno è il poeta dell’Antropocene, perché nei suoi versi risuona l’angoscia per il «progresso scorsoio» dell’attuale epoca geologica, nella quale l’uomo devasta la natura, disgregandone l’armonia e contaminando tutto, persino l’inconscio e la stessa nozione di linguaggio. L’altro è il poeta politico sempre in rivolta, che lotta con radicalità e «furore etico» sulla linea di un marxismo utopico e, contro il crollo morale della società, rivendica la parresìa, il diritto/dovere di dire la verità.
I due, quasi coetanei, sono Andrea Zanzotto e Franco Fortini. Hanno alle spalle alcune esperienze comuni, come la Resistenza, ma vengono da mondi distanti e si somigliano poco: introspettivo e ipersensibile il primo, infuocato e mercuriale il secondo. Caratteri che avrebbero potuto portarli all’incomunicabilità. Cosa che, grazie alle loro intelligenze simpatetiche, non succede. Anzi: da quando si conoscono, poco dopo la guerra, cresce in entrambi la voglia di stabilire punti di contatto, scambiarsi progetti, incrociare suggestioni di stile, mappare percorsi creativi oltre le convenzioni. Non s’incontrano spesso. Ma si scrivono parecchio, per quarant’anni. E dal carteggio ricostruito (un centinaio di lettere) emergono fiducia e stima reciproche, interrotte da qualche fraintendimento che disorienta l’uno verso l’altro, senza comunque insinuare tarli e che produce al massimo intervalli imbarazzati, non strappi dell’amicizia.
Richiesta di prefazione
«Due o tre cartelle, Andrea. Qualcosa d’altro dalle solite generose baggianate inumatorie»
Quel colloquio epistolare ora aggregato nel volume «Una minima ordalia» (con la rigorosa cura di Matilde Manara, Edizioni Archivio Fortini Quodlibet) dimostra l’alto rango di entrambi nello spazio letterario europeo che si dilata fino al Duemila. Anzitutto è singolare come il loro rapporto sia e resti disuguale, asimmetrico, con ruoli che nel tempo s’invertono. All’inizio Fortini, attivissimo tra case editrici, riviste e dibattito politico-culturale, sembra assumere una funzione da «autorità e pedagogo» rispetto a Zanzotto, isolato a Pieve di Soligo e ansioso di trovare avalli alla propria opera. Sembra, perché in realtà Zanzotto ha fin dall’esordio con Dietro il paesaggio, nel 1951, la legittimazione di Montale, Ungaretti, Quasimodo e, più tardi, quella del più grande fra i critici, Gianfranco Contini, che lo consacra come «il migliore dei poeti italiani nati nel ’900». Presto, insomma, diventerà lui «l’autorità» e senza pavoneggiarsi mai di quel giudizio.
Personalità
«Bada di non lasciarti prendere dai nervi» «Ho litigato con quasi tutti, ma mai con te»
«Non ho davvero aspettato Contini per sapere che tu sei il maggior poeta della nostra generazione», gli dice Fortini, chiedendogli di «associare al tuo il mio nome», con qualche pagina per introdurre una plaquette che ha composto. Vuole una benedizione, «qualcosa di diverso dal solito discorso sulla “moralità” di F.F. e l’impegno e la grazia e patatì e patatà, ossia le generose baggianate inumatorie». E insiste: «Fra noi non ci sono, credo, nevrosi… Due o tre cartelle, Andrea. Tutti e due saremmo onorati, tu per generosità, io per riconoscenza». Nonostante si senta «incrodato» da acciacchi, ripulse e ipocondrie, Zanzotto non si tira indietro. E scrive la prefazione.
Tutto ciò accade nel mezzo della tenzone poetica, una «minima ordalia» — ecco il titolo del libro — in cui A.Z. e F.F. si sfidano a colpi di sonetti. Un divertissement, ma preso sul serio, che si trascina per vent’anni, spezzato da racconti curiosi e notizie su letture, traduzioni e incontri (da intendersi come faccia a faccia). Per capire il livello degli interlocutori, si va da Noventa a Pasolini, Fellini, Sereni e Vittorini, da Bloch a Brecht e Lacan…
Tra loro discutono anche di politica, scivolando in vicendevoli punzecchiature. Zanzotto è un socialista coerente. Fortini un marxista eretico che in un autoritratto in versi si dipinge senza reticenze: «Sempre sono stato comunista/ Ma giustamente gli altri comunisti/ hanno sospettato di me». Di qui la domanda, per niente ingenua, che gli rivolge Zanzotto: «Attualmente, in che formazione politica militi? Bada di non lasciarti prendere dai nervi», alludendo alla smania fortiniana di polemizzare anche con chi l’accoglie, condannandosi a una vita da «ex». Un esempio riguarda il «Corriere della Sera», dove entra con entusiasmo per poi dimettersi tre volte e riconoscendo con l’amico: «Ho litigato con quasi tutti, ma mai con te».
Una nube tossica incombe però sul loro rapporto. Càpita quando nel ’68 Zanzotto invia alla Mondadori la sua quinta raccolta, La Beltà. Il parere di Fortini, rivolto agli altri consulenti dell’editore, è duro: «Nessuno di noi ha, criticamente parlando, le mani così pulite e le idee così chiare e il coraggio così aperto da rifiutare la pubblicazione di un libro come questo; come pure si dovrebbe fare, anche per il bene di Z… Visto, si stampi dunque». Ha parecchie riserve. Sul magma di linguaggi, che vanno da quelli della preinfanzia a quello pop. Perplessità che si esasperano nel sospetto che quei testi siano stati ispirati dalle letture di «cattivi maestri», da un «iperculturismo» e, in definitiva, da «oltranze stilistiche alla ricerca di consenso da parte del milieu poetico contemporaneo», come sottolinea Matilde Manara. Cioè da parte delle detestate avanguardie.
La Beltà piace invece a Montale, per il quale quei versi «suggestionano potentemente e agiscono come una droga sull’intelletto giudicante del lettore». Altro che ambiguità. Vederne equivocato il senso e sentirsi lui stesso moralmente strapazzato, sgomenta Zanzotto. Un contrasto che si risolverà fra rimorsi e correzioni. Senza gelosie e senza rancore, mentre incombono altre scaramucce. Come quando Fortini contesta all’amico di aver riassunto, in un’intervista al capo della terza pagina del quotidiano di via Solferino, Giulio Nascimbeni, la sua poetica con un laconico «non abbaiare», che il poeta-politico interpreta come un «invito all’accettazione pacifica dell’esistenza», in una logica di «ingiustificabile mansuetudine» davanti al farsi della storia. È l’ennesima forzatura, subito ricomposta. Resta il fatto che, un anno dopo la morte di Fortini, nel 1995, una delle più belle riflessioni su di lui valorizzandolo «in quanto poeta» — non solo in quanto intellettuale, critico e saggista più che poeta — gliela dedichi sul «Corriere» proprio Zanzotto.





