
I numeri del disastro. Quello che Siena non sa dire
2 Aprile 2026
C’è un’assemblea, stamattina, davanti allo stabilimento di Casa del Corto. Cinquantasei lavoratori — cinquantasei famiglie — che incrociano le braccia per quattro ore e si guardano in faccia per capire cosa fare. Cosa fare quando un’azienda ti dice, con la cortesia asettica delle procedure societarie, che il tuo lavoro non rientra più nel modello di business.
Cesar spa, il gruppo che controlla Acqua & Sapone, ha deciso: il sito logistico di Piancastagnaio, la Logimer srl, si chiude. Fusione per incorporazione, smantellamento del polo, nessun ripensamento. L’hanno detto chiaramente ieri, nell’incontro con i sindacati. Filcams, Fisascat, Uiltucs ne hanno preso atto e hanno proclamato lo stato di agitazione. Sedici ore di sciopero, a partire da oggi.
Ho seguito questa vicenda con crescente preoccupazione.
Cesar spa non è un’azienda in crisi. Negli stessi giorni in cui comunica ai lavoratori di Piancastagnaio che non ha futuro per loro, inaugura due nuovi punti vendita — uno in Abruzzo, uno in Umbria. Cresce, apre, espande. La chiusura del magazzino di Casa del Corto non è una necessità: è una scelta. Una scelta di modello. Il gruppo ha deciso che non gestisce direttamente la logistica. Punto. Il fatto che quella scelta distrugga cinquantasei posti di lavoro in un comune di montagna è, evidentemente, un dettaglio che non pesa abbastanza nei fogli di calcolo di una holding.
L’unica proposta avanzata — la ricollocazione nei negozi Acqua & Sapone — dice tutto sull’idea che quest’azienda ha dei suoi lavoratori. Come se un magazziniere, un addetto alla logistica, una persona che ha costruito anni di professionalità specifica in quel sito, potesse semplicemente trasferirsi a fare tutt’altro, a chilometri da casa, con un contratto diverso. “Una presa in giro”, l’ha chiamata il sindacalista Scartoni. È la definizione giusta.
Quello che mi preme sottolineare è questo: siamo di fronte a una dinamica che conosco bene, che si ripete con stancante regolarità nei territori come il nostro. Un’azienda acquisisce, consolida, ottimizza. Poi decide che quel pezzo non serve. E quel pezzo è qui, su Monte Amiata, dove non ci sono altre fabbriche dietro l’angolo, dove ogni posto di lavoro perduto raramente viene sostituito, dove le persone che se ne vanno spesso non tornano.
La vertenza è aperta. I sindacati stanno facendo il loro lavoro con determinazione. L’Amministrazione comunale fa il suo. Cinquantasei famiglie di Piancastagnaio meritano attenzione, continuità, pressione politica vera.





