«Questi ragazzi vogliono essere visti. E noi continuiamo a non guardarli». Lo dice Chiara Volpato, professoressa senior di Psicologia sociale all’Università Milano-Bicocca, mentre analizza il caso del 17enne di Pescara che pianificava una strage scolastica. Deumanizzazione, mascolinità tossica, Covid, guerra, solitudine, videogiochi violenti. Ecco l’anatomia dell’odio.
Professoressa, chi diventa il nemico da deumanizzare per questi ragazzi?
«L’impressione è che sia la società nel suo insieme, e i suoi simboli: la scuola. C’è molta fragilità. E non dimenticherei che hanno vissuto il Covid: anni decisivi nell’isolamento, con la fatica di costruire legami veri».
Cos’altro alimenta questa deriva?
«I social veicolano eroi negativi a cui ci si ispira come unica soluzione per una vita povera di tutto il resto. C’è la mascolinità tossica, gli incel, e fenomeni centrati su eroi negativi. Non a caso si tratta quasi sempre di ragazzi: per i maschi costruire legami in adolescenza è più difficile. E la guerra: ogni volta che la violenza si legittima in alto, cresce anche in basso. E si diffonde una sorta di legittimazione. Questo facilita chi è già fragile, chi ha già qualcosa che non va».
Il 17enne si muoveva in un ambiente “accelerazionista” che richiama la razza ariana, il suprematismo. Come legge questo ritorno?
«Come un fenomeno che purtroppo non riguarda solo i ragazzi. Movimenti di estrema destra ispirati al nazismo hanno i loro falsi eroi, e i ragazzi li vedono, li interiorizzano. È un contagio che parte dall’alto».
Dal lupo solitario alla comunità: altri sette minorenni sono stati perquisiti. Quanto conta il gruppo nel processo di radicalizzazione?
«Molto. Anche se conosciamo esempi di lupi solitari altrettanto pericolosi come il terrorista norvegese Anders Behring Breivik o il neozelandese Brenton Harrison Tarrant. In adolescenza il gruppo dei pari trasmette ideologie, pregiudizi, rappresentazioni. Il contagio avviene anche in solitudine, davanti a uno schermo».
Cosa offre l’identificazione con un assassino di massa a chi sente di non esistere?
«Mi identifico con l’eroe negativo e penso: agendo come lui sarò finalmente visto. Ed è per questo che inasprire le pene non serve: questi ragazzi non pensano al futuro, tant’è che spesso pianificano di morire nell’atto stesso. L’importante è diventare visibili. Le sanzioni non li spaventano».
Passo dopo passo, nella cameretta, con un algoritmo: come fabbrica il suo nemico un adolescente?
«In compagnia della solitudine, prima di tutto. Il sentirsi non valorizzati orienta. I videogiochi violenti e sessisti: nella biografia di molti che si sono macchiati di gravi crimini li ritroviamo. Riempiono spazi vuoti».
Qual è il terreno su cui si vince?
«L’ascolto. Vederli prima. Prendersi cura di un disagio reale. Inasprire le pene è comodo: non costa nulla, fa fare bei proclami, lascia tutto come prima. Cambiare richiede risorse. Nessuno sembra disposto, specie quando i soldi vanno sulle armi invece che sulla scuola».
La scuola, in questo quadro: fallisce, o è soltanto lo schermo su cui si proietta un odio che viene da altrove?
«Fa il possibile con le scarse risorse che ha. Bisogna che le classi siano più piccole: con trenta studenti davanti, di quell’età, come fai a vederli tutti? Con diciotto, venti, già cambierebbe. E poi, il contesto. Nei nostri quartieri, spesso, fuori dagli orari scolastici non c’è nulla. Una volta c’era la parrocchia, adesso meno. Servono spazi di aggregazione per costruire appartenenza, legami, identità».
L’insegnante di Bergamo accoltellata è stata filmata mentre veniva aggredita, e il video è circolato in tempo reale. Cosa ci racconta la spettacolarizzazione della violenza?
«Tutto. Ci dice perché queste cose vengono fatte: per apparire, per diventare finalmente visibili agli altri. E ci dice anche che abbiamo dei canali che andrebbero gestiti con più attenzione. Non sto dicendo di vietare i social ai ragazzi. Devono capirne potenzialità e pericoli».
C’è speranza?
«Sì, sempre. Ci sono tantissimi ragazzi che fanno volontariato, che si aiutano, che difendono i loro professori. Il male assoluto non esiste. Ma dovremmo stare attenti a non parlarne troppo, e soprattutto a parlarne nel modo giusto. Continuare a metterli al centro dell’attenzione è fare esattamente quello che volevano: finire sui media, diventare qualcuno. Se ne devi parlare, fallo senza farne eroi. Chiamali per quello che sono: persone fragili, persone che non ce la fanno. Mettine in luce la fragilità, non la potenza. Altrimenti rischi di fare il loro gioco».







