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GEOGRAFIE La catastrofe di Niscemi è l’ennesima metafora di un crollo sociale, politico e culturale. Un racconto che va dal Belice all’Irpinia: quando gli artisti erano chiamati a «riparare» le calamità
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Cappello, mantello e sguardo lontanissimo, Ludovico Corrao raccontava con voce bassa e roca l’epopea del terremoto e la forza titanica per far fronte all’oscurantismo endemico dell’Italia. «Il terremoto – disse – è stato l’ultimo atto di una distruzione già in corso nel tessuto sociale e fisico della città, con la mancanza di acqua e di lavoro, con l’immigrazione, la malattia, la mafia». Era la notte tra il 14 e 15 gennaio quando la Sicilia cominciò a tremare e le case crollarono sugli abitanti di quattordici comuni: il giorno zero del Belice.
Corrao, che allora aveva il suo collegio elettorale a Gibellina, fu chiamato al telefono alle tre di notte. Da Palermo, portò i figli in campagna, e raggiunse Gibellina. «Da quel momento non lo abbiamo più sentito», ricorda la figlia Antonella Corrao. «Dinnanzi ai miei occhi – ha scritto il senatore nel libro/intervista Il Sogno Mediterraneo (con Baldo Carollo, ed. Ernesto di Lorenzo) – vi è ancora la scena tragica di queste masse di donne, di vecchi e di bambini che si muovevano per fuggire come in un esodo, voltandosi spesso indietro a guardare le rovine delle loro città ancora fumanti e pregne di tragedia. I campanili crollati e i corpi umani sepolti vivi».
DOVE ANDARE? Come sopravvivere? E soprattutto come estrarre la propria anima da sotto le macerie? Quando, l’anno successivo Corrao venne nominato sindaco della città, progettò la ricostruzione della nuova Gibellina in un’area vicina all’autostrada Palermo-Mazzara del Vallo, affichè nascessero un’economia e un immaginario rivolti al futuro. «Demmo speranza alle persone: affermammo che le cose potevano cambiare. E solo la cultura poteva dare questa grande dimensione umana contro un destino che sembrava inesorabile. Perché, nei mesi successivi al terremoto, ogni sera le Assemblee del popolo si svolgevano in mezzo alle tende, aperte a tutti. E in quelle assemblee si discuteva tutti insieme del nostro destino e del futuro. Le donne, gli uomini, i bambini: era un sogno che ogni sera si faceva su come doveva essere la nuova città». Occorreva pensare in grande, confrontarsi con la magnificenza di Segesta e Selinunte, trarre forza dalla bellezza. Arrivarono artisti e architetti da tutt’Italia e sorse una città utopica, anche se difficile da abitare. L’intera comunità artistica si mise a disposizione per costruire un tessuto urbano, talvolta troppo concettuale, che da un lato risultò alieno agli abitanti più spaesati e dall’altro li riempì di orgoglio e volontà. Gibellina divenne un caso unico al mondo, nacquero le Orestiadi e il Museo del Mediterraneo, la chiesa sferica di Ludovico Quaroni e la stella di Pietro Consagra. Ma sia lo Stato che la mafia fecero di tutto per affossare il progetto. «Il problema – affermò Corrao – è quello di non rinunciare alla ragione, quindi alla cultura, fare sì che la catastrofe non sia anche la catastrofe delle trame possibili attraverso cui ricostruire. L’unica trama che può consentire di ricostruire è l’approfondimento, l’analisi, la coscienza di sé; e questo è il compito della cultura. Nel momento in cui una società delibera di mettere la cultura ai margini, è chiaro che delibera la sua morte definitiva».
Gli artisti – da Paladino, a Boetti, a Mendini, a Nanda Vigo – affondarono i piedi tra le rovine e trovarono tracce struggenti: giocattoli rotti, coperte, immaginette di Santa Rosalia. Cosa può l’arte di fronte alla catastrofe? Quando Corrao invitò Alberto Burri a Gibellina, l’artista pianse. Non c’era nulla da recuperare, così pensò di compattare le macerie e ricoprirle con una colata di cemento, mantenendo l’antico tracciato del paese. Nacque ciò che non ha volto e non ha limite, una Spoon River muta, bianca, assoluta.
IL 23 NOVEMBRE 1980 la terra trema in Irpinia, migliaia di morti, l’avellinese è distrutto. Il gallerista napoletano Lucio Amelio, con Michele Bonuomo, oggi direttore della rivista Arte, parte per Avellino. È un dolore incommensurabile e di nuovo la domanda: cosa può fare l’arte? Di fronte ai ruderi nasce Terrae Motus, un progetto al quale aderiscono 67 artisti internazionali.
«Il primo pensiero che abbiamo avuto – ricorda Bonuomo – fu quello di dare una risposta creativa a una natura che era stata distruttiva».
Joseph Beuys – che da anni metteva in guardia la società dalla frattura uomo/natura parlando anzitempo dell’intelligenza animale, vegetale, minerale – affermò la necessità di rispondere urgentemente al cataclisma con un’altra energia. Secondo la sua visione, l’arte mette nella terra radici inestirpabili che collegano l’uomo al cosmo. E innumerevoli furono le sue azioni verso l’ambiente, come la piantumazione di 7000 querce nella città di Kassel (1982) o la Piantagione Paradise di Bolognano, dove furono messe a dimora altrettante differenti tipologie di piante. Gli alberi, le pietre e gli uomini, divennero parte di un’unica scultura sociale. In fondo, sapeva bene quanto deforestare e predare la natura producesse l’inarrestabile processo di autodistruzione che stiamo sperimentando.
Terrae Motus, che si tradusse in una straordinaria collezione con sede oggi alla Reggia di Caserta, non prevedeva una partecipazione caritatevole. «Gli artisti – continua Bonuomo – dovevano attraversare le rovine e fare germogliare atti creativi.
L’arte era l’altra faccia della catastrofe, che nell’azzeramento della calamità, trovava una forma di rinascita, di riscatto e ricostruzione». Andy Warhol realizzò lo storico trittico Fate Presto che riproduceva la prima pagina del Mattino di Napoli l’indomani del terremoto. Beuys realizzò, con mobili e vetri rotti recuperati dalle rovine, Terremoto in Palazzo, come equilibrio instabile dell’umanità. «Terrae Motus – affermò Amelio – non è una normale collezione, è una macchina per creare un terremoto continuo come processo creativo in tutti noi. Il terremoto è nella mia mente notte e giorno».
Oggi, la catastrofe che ha colpito la Sicilia, e in particolare Niscemi, è l’ennesima metafora di un crollo sociale, culturale e politico, inarrestabile. Con una sincronicità junghiana, mentre giunge il riconoscimento di Gibellina a Capitale italiana dell’arte contemporanea 2026 – con un programma di residenze, mostre, performance intitolato Portami il Futuro diretto da Andrea Cusumano – la terra si spacca. Inghiotte le case di coloro che camminano da settimane sotto una pioggia battente e appaiono come fantasmi nei telegiornali. Per un secondo sbirciamo nelle loro case, simili a giocattoli di Lego: un letto, una libreria, un divano.
È UNO SPACCATO dell’Italia (o del mondo) che nessuno può ignorare perché la pietas è nel dettaglio e il dettaglio ci riguarda tutti. L’indomani del terremoto d’Irpinia, Beuys scrisse una lettera indirizzata al Mattino che non venne mai pubblicata: «Ogni uomo possiede il palazzo più prezioso del mondo nella sua testa, nel sentimento, nella sua volontà…Entriamo in noi stessi! Ci siamo autodistrutti (materialismo, egoismo), ma ora ci ricostruiamo da soli. Uomo, tu possiedi la forza per la tua autodeterminazione!».





