Minneapolis come specchio: l’ordine, la paura e il prezzo politico della forza
17 Gennaio 2026Una crisi globale che si stringe: finanza, potere e deterrenza
17 Gennaio 2026
Il quadro che emerge in questi giorni è quello di un potere che prova a guadagnare tempo, tenere insieme equilibri instabili e disinnescare conflitti che non smettono di riemergere. In Francia, il dibattito sul bilancio 2026 ne è un esempio emblematico. Il governo ha scelto la via delle concessioni mirate per evitare una censura parlamentare, soprattutto nei confronti dei socialisti. Aumenti selettivi delle prestazioni sociali, ritocchi fiscali per i redditi più bassi, segnali di attenzione verso studenti e famiglie: misure sufficienti a salvare la maggioranza, ma non a costruire un consenso vero. A sinistra si parla di compromesso al ribasso, nel campo governativo cresce il malumore per un bilancio percepito come sbilanciato, mentre le scelte più dolorose vengono rinviate. Il risultato è una stabilità apparente, pagata con l’indebolimento della linea politica.
Questa logica del rinvio e della gestione tattica attraversa anche altri contesti. In Danimarca, la comunità groenlandese vive una tensione profonda, che va ben oltre il dibattito identitario. La presenza numerosa di groenlandesi sul territorio danese rende visibile una frattura storica mai ricomposta: da un lato il desiderio di sovranità e riconoscimento, dall’altro il peso di una relazione coloniale che molti considerano ancora irrisolta. Le manifestazioni e le prese di posizione pubbliche raccontano una comunità divisa tra chi spera in una riconciliazione e chi la giudica ormai impossibile, segno di un disagio che riguarda l’esistenza stessa di un popolo e il suo futuro politico.
Sul piano internazionale, la gestione dei conflitti assume forme sempre più opache. L’annuncio di un consiglio incaricato di supervisionare la fase successiva del piano per Gaza, composto in gran parte da figure statunitensi e presieduto direttamente dalla Casa Bianca, conferma una visione fortemente centralizzata e politicizzata della “pace”. La presenza di personalità note per il loro ruolo nei decenni passati, accanto a uomini chiave dell’attuale amministrazione americana, solleva interrogativi sulla reale autonomia del processo e sulla voce effettiva che verrà riconosciuta ai palestinesi nella gestione del territorio.
Negli Stati Uniti, intanto, la tensione sociale si manifesta nelle strade e nei tribunali. A Minneapolis, l’intervento della giustizia federale ha posto un limite chiaro all’azione della polizia dell’immigrazione contro i manifestanti pacifici, segnando una battuta d’arresto per una strategia securitaria sempre più aggressiva. Il passo indietro del presidente sull’uso di poteri eccezionali rivela quanto sia sottile il confine tra ordine pubblico e deriva autoritaria, e quanto la tenuta democratica dipenda ormai da decisioni giudiziarie più che politiche.
Anche sul fronte interno europeo, il tema della responsabilità istituzionale torna con forza. In Francia, il riemergere del caso Le Scouarnec ha riaperto una ferita profonda: non solo per i crimini commessi, ma per le omissioni di chi avrebbe dovuto vigilare. Le denunce contro membri dell’ordine dei medici chiamano in causa un sistema di autoregolazione che, di fronte all’evidenza, ha preferito l’inazione. È una vicenda che interroga lo Stato sul rapporto tra corporazioni, tutela delle vittime e fiducia nelle istituzioni.
Infine, sullo sfondo di queste crisi politiche e morali, si affaccia un fenomeno solo in apparenza marginale: la nuova ondata di consumi compulsivi, rapidi, virali. Mode effimere, oggetti seriali, rituali d’acquisto condivisi sui social non rispondono tanto a un bisogno, quanto al desiderio di esserci, di non restare fuori. È una forma di appartenenza istantanea, che trasforma il consumo in esperienza collettiva e anestetizza, almeno per un momento, l’ansia di un mondo instabile.
Messe insieme, queste storie raccontano lo stesso disagio: governi che trattano per sopravvivere, comunità che temono di scomparire, istituzioni che arrivano tardi, individui che cercano rifugio nell’immediato. Sotto la superficie delle decisioni tecniche e delle mode passeggere, cresce una domanda irrisolta di senso, giustizia e futuro.

