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Dagli Stati Uniti al Medio Oriente, dall’Iran all’Ucraina, la giornata restituisce un quadro inquietante: la forza – militare, poliziesca, istituzionale – non è più l’eccezione, ma il linguaggio ordinario con cui il potere governa crisi, dissenso e corpi vulnerabili.
Negli Stati Uniti l’identificazione di due agenti federali coinvolti nell’uccisione di Alex Pretti si affianca a un dato ancora più grave: mentre un giudice ordina il rilascio di un bambino di cinque anni, l’ICE continua a trattenere un numero crescente di minori. Le retate dell’amministrazione Donald Trump non sono più solo una questione di controllo dei confini, ma una pratica che colpisce direttamente l’infanzia, normalizzando la detenzione dei bambini come atto burocratico.
Il tema migratorio attraversa anche la cultura pop globale. Bad Bunny, vincitore del Grammy 2026 per il miglior album dell’anno, ha trasformato il palco dei premi in uno spazio politico, criticando apertamente le azioni dell’ICE. È un segnale rilevante: la protesta contro le politiche migratorie entra nel mainstream, rompendo la separazione tra intrattenimento e conflitto sociale.
Sempre negli USA, un altro indicatore della crisi profonda del patto civile: gruppi armati di sinistra e liberali registrano un’impennata di nuove adesioni. In una società sempre più polarizzata, anche settori progressisti iniziano a percepire le armi come strumento di autodifesa, segno di una sfiducia radicale nella capacità dello Stato di garantire sicurezza e diritti senza ricorrere alla forza.
A Gaza, Israele annuncia la riapertura “pilota” del valico di Rafah, mentre migliaia di palestinesi malati e feriti restano bloccati in attesa di cure urgenti all’estero. Parallelamente, l’ordine di espulsione di Medici Senza Frontiere dalla Striscia entro il 28 febbraio restringe ulteriormente lo spazio umanitario. Il controllo dei flussi e l’esclusione delle ONG delineano una gestione totale del territorio, in cui anche la medicina diventa terreno di scontro politico.
Sul fronte iraniano, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi si dice fiducioso sulla possibilità di un accordo nucleare con Washington, mentre la guida suprema Ali Khamenei avverte che un attacco statunitense porterebbe a una guerra regionale. A questa doppia retorica – apertura negoziale e deterrenza assoluta – si aggiunge l’escalation diplomatica: Teheran classifica gli eserciti europei come gruppi terroristici e valuta l’espulsione degli addetti militari delle ambasciate UE. In parallelo, la liberazione su cauzione del giovane manifestante Erfan Soltani mostra quanto la repressione interna resti una leva centrale del potere.
In Siria, migliaia di curdi scendono in piazza alla vigilia dell’integrazione delle loro strutture civili e militari nello Stato siriano: una transizione fragile, segnata dal timore che l’inclusione formale cancelli autonomie conquistate con anni di guerra.
L’Ucraina continua a pagare un prezzo altissimo: dodici minatori uccisi da un drone russo, centinaia di edifici senza riscaldamento a Kyiv, importazioni record di elettricità dall’UE per reggere l’urto degli attacchi e dell’inverno. Sullo sfondo, riprendono i colloqui: Abu Dhabi ospiterà un nuovo round trilaterale, mentre emissari statunitensi e russi parlano di incontri “produttivi”, senza che sia chiaro se la popolazione civile vedrà benefici concreti.
In Europa, Keir Starmer rilancia l’idea di un patto di difesa con l’UE, invocando un’Europa più responsabile della propria sicurezza. In Norvegia, invece, il dibattito pubblico si concentra sull’imbarazzo istituzionale: la principessa ereditaria accusata di scarsa capacità di giudizio per i legami mantenuti con Jeffrey Epstein anche dopo la sua condanna.
La rassegna si chiude in Venezuela, con la liberazione dell’attivista Javier Tarazona dopo oltre quattro anni di carcere: una notizia positiva, ma isolata, che conferma quanto la libertà personale resti, in molti contesti, una concessione revocabile.
Nel loro insieme, queste notizie raccontano un mondo in cui la gestione della paura – del migrante, del nemico esterno, del dissenso interno – diventa la grammatica comune del potere. E dove la linea tra sicurezza e violenza istituzionale appare ogni giorno più sottile.





