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6 Febbraio 2026Cortina 1956: lo specchio dell’Italia che stava cambiando. Il saggio di Andrea Goldstein
Con Cortina 1956. Un’Olimpiade tra Guerra fredda e Dolce vita, Andrea Goldstein compie un’operazione storiografica di notevole intelligenza interpretativa: assume un evento sportivo come punto di osservazione privilegiato per leggere la trasformazione politica, economica e culturale dell’Italia di metà Novecento. Ne emerge non tanto la cronaca di una manifestazione, quanto la rappresentazione di un Paese che sta ridefinendo la propria posizione nel mondo.
La prefazione di Francesco Giavazzi rafforza questa prospettiva, suggerendo una lettura che potremmo definire proto-manageriale: Cortina diventa un esempio precoce di grande progetto nazionale, capace di coordinare istituzioni, capitale privato e visione strategica. In questo senso, il libro non parla solo del passato — aiuta piuttosto a comprendere il momento in cui prende forma l’idea stessa di Italia moderna.
Più che un’Olimpiade: un passaggio di maturità nazionale
I Giochi del 1956 non furono semplicemente una competizione sportiva. Furono un atto di autorappresentazione collettiva, quasi una dichiarazione di affidabilità internazionale da parte di un Paese ancora segnato dalla guerra ma ormai proiettato verso la crescita.
Goldstein individua con chiarezza tre dinamiche che, intrecciandosi, trasformano Cortina in un vero crocevia storico.
La prima è quella geopolitica. Il debutto dell’Unione Sovietica alle Olimpiadi invernali segnò l’ingresso definitivo dello sport nel teatro simbolico della Guerra fredda. Il medagliere diventò una grammatica della potenza: disciplina, tecnologia e organizzazione sociale venivano esibite come prove della superiorità di un modello politico. Anche le tensioni attorno alla partecipazione delle due Germanie — costrette a presentarsi come squadra unitaria — rivelano quanto il ghiaccio fosse, in realtà, una superficie politica.
La seconda riguarda la modernizzazione economica. L’Italia utilizzò Cortina come vetrina internazionale e come banco di prova delle proprie capacità infrastrutturali. Impianti sportivi, viabilità, strutture ricettive: tutto concorse a costruire l’immagine di un Paese efficiente, ospitale, capace di misurarsi con standard organizzativi fino ad allora appannaggio delle grandi potenze industriali. In controluce si intravede già il metodo del “miracolo economico”: investimento pubblico mirato, mobilitazione imprenditoriale, fiducia nel futuro.
La terza dimensione è culturale. Accanto alla competizione — dominata, tra gli altri, dall’austriaco Toni Sailer — si affermò una nuova estetica della visibilità. Cortina fu un laboratorio della società mediatica nascente: la RAI offrì una copertura senza precedenti, contribuendo a unificare simbolicamente il Paese davanti allo schermo. Parallelamente, la presenza del jet set internazionale trasformò l’evento in una sorta di anticamera della Dolce Vita: lo sport smise di essere solo agonismo per diventare spettacolo, racconto, costruzione di immaginario.
Lo sport come chiave interpretativa della storia
Uno dei meriti maggiori del libro risiede nella sua impostazione interdisciplinare. Goldstein evita la tentazione della narrazione celebrativa e costruisce invece un’analisi che tiene insieme diplomazia, economia, sociologia e cultura di massa.
Le trattative internazionali, il ruolo del CONI di Giulio Onesti, l’equilibrio tra risorse pubbliche e investimenti privati, l’impatto sul turismo alpino, ma anche il confronto tra la modernità olimpica e un’Italia ancora largamente rurale: tutto concorre a delineare una società in transizione. Persino la presenza femminile nello sport — ancora marginale — diventa un indicatore delle gerarchie culturali del tempo.
Ne risulta una tesi implicita ma convincente: le Olimpiadi non accompagnarono semplicemente il cambiamento italiano, lo resero visibile.
La lezione di Giavazzi: quando un Paese sa fare sistema
Nella prefazione, Giavazzi individua la ragione per cui Cortina continua a essere un caso di studio: fu un grande progetto riuscito. Non solo per l’efficienza organizzativa, ma per la capacità di generare valore durevole — infrastrutturale, turistico, simbolico.
Le Dolomiti si consolidarono come brand globale e l’Italia dimostrò di poter agire come soggetto unitario, superando frammentazioni amministrative e culturali. È una lezione che oggi appare meno scontata di quanto lo fosse allora.
Perché questo libro conta ancora
Cortina 1956 è, in fondo, la storia di un momento di autocoscienza nazionale. Tra le nevi dolomitiche, l’Italia provò a immaginarsi diversa: più moderna, più affidabile, più europea.
Goldstein mostra come su quelle piste si incrociassero processi destinati a segnare i decenni successivi — la competizione ideologica globale, la nascita della società dello spettacolo, l’espansione dei consumi, la fiducia nella pianificazione.
Non è solo un libro per appassionati di sport. È una lettura preziosa per chi voglia capire quando e come l’Italia abbia iniziato a percepirsi come un Paese finalmente entrato nella contemporaneità.
E forse la sua intuizione più sottile è proprio questa: prima ancora di vincere medaglie, a Cortina l’Italia cercò — e in larga parte riuscì — a vincere la sfida della propria credibilità.





